mercoledì 29 febbraio 2012

Paul Dickov: la Vespa che ha saputo pungere al momento giusto!

La gioia per un gol insperato è indescrivibile. Ma quando la tua squadra si gioca la promozione dalla Seconda alla Prima Divisione a Wembley, nel tempio del calcio britannico, e si trova a due minuti dal termine sotto di 2 reti, a quale Arcangelo o Santo del Paradiso puoi appellarti per risorgere dalle tue ceneri?
30 Maggio 1999: il Manchester City è precipitato dopo molte polemiche intestine fra soci e giocatori in Seconda Divisione e, alla tolda di comando, c'è un manager tosto e risoluto di nome Joe Royle. Shaun Goater è la punta di diamante, un giovanissimo Nicky Weaver esordisce in porta, migliaia di Skyblues - tra loro anche due o tre nostri attuali soci torinesi - si sobbarcano trasferte in giro per i campetti delle terribili provinciali in ogni angolo dell'Inghilterra. Naturalmente gli sfottò delle altre tifoserie rivali si sprecano! Com'è come non è i nostri Blues si giocano la promozione nei temutissimi play offs (gara unica) contro un quasi sconosciuto club del Dorset, contea a sud-est di Londra. I biancazzurri (che coincidenza!) del Gillingham sono allenati da un tizio con un cappellino a visiera di quelli che non se lo levano nemmeno quando vanno a dormire. E' l'attuale manger dello Stoke City, Tony Pulis, e sa di partire nettamente sfavorito.
Pronti via e il nostro City, in divisa giallonera stile Penarol di Montevideo, parte lancia in resta convinto di fare un solo boccone degli avversari. Dominiamo per larghi tratti la gara ma, dopo parecchie occasioni mancate di un soffio, il Gillingham reagisce diventando sempre più minaccioso. 0-0 alla fine del primo tempo e i nostri tifosi, almeno 70mila giunti con ogni mezzo a Londra sicuri di fare festa, cominciano a essere perplessi. E infatti ...
Il secondo tempo è una lunga serie di palle gol costruite da una parte e dall'altra e vanificate spesso dalla bravura dei due portieri, finchè il Gillingham non va in vantaggio e, neanche una manciata di minuti dopo aver incassato senza danni la nostra furente reazione, raddoppia col più classico dei contropiedi. Due gol stupendi, bisogna ammetterlo, i loro! La finale è ormai agli sgoccioli, i nostri giocatori mestamente portano la sfera sul dischetto del centrocampo, quando all'improvviso ...
Dapprima parte un coro, poi viene giù tutto lo stadio: sono forse i tifosi del Gillingham impazziti di gioia che già inneggiano alla promozione insperata? Non solo loro, miei cari! Sale ruggente e incredibilmente ebbro di orgoglio anche l'urlo dei 70mila Mancunians. Sei minuti alla fine e siete sotto di 2 gol? Sarebbe quasi impossibile farcela, ragazzi, ma dovete sapere che noi non vi abbandoneremo mai! Questo è l'ossigeno che va subito in circolo nelle menti e nei cuori degli uomini di Joe Royle.
A quattro dal termine Kevin Horlock, il nostro n° 6, accorcia le distanze risolvendo una mischia. Il Gillingham comincia a rintanarsi dietro come un pugile a caccia delle sue ultime forze per difendere una sudata vittoria ai piunti. Ma, in un angolino della nostra metacampo, pronto a sferrare l'uppercut che manderà al tappeto le ambizioni dei rivali del Dorset, si annida The Wasp, la Vespa come poi Royle soprannominò l'autore del leggendario gol del 2-2.
Paul Dickov, scozzese piccolo ma tignoso, s'inserisce rapido coma una mangusta su un pallone vagante scagliato "in the box" ed esplode una sassata di destro che s'infila tra il tripudio dei nostri Blues sotto la traversa.
Supplementari senza esito, poi ai rigori quel City ribalterà il risultato da 0-2 al 5-3 definitivo. Promozione assicurata, quindi, e l'anno dopo ne seguirà un'altra definitiva in Premier League!
Paul Dickov detto la Vespa, classe 1972, pur soffrendo una miriade d'infortuni muscolari gioca ancora e ogni tanto segna pure nella Championship coi nostri vicini del Blackpool. La gioia per quel gol storico sia sempre di monito per noi tifosi Blues che oggi avvampiamo di piacere per lo squadrone di Micah e Robson De Souza. Anche adesso che ci definiscono con una malcelata irriverenza il club più ricco del pianeta questa rimane la nostra vera ricchezza. Aver riempito Wembley per i Play Offs di Second Division, aver esultato come se avessimo vinto la FA Cup o la Champions League per quella fantastica rimonta firmata Paul Dickov: la Vespa che ha saputo pungere al momento giusto! Un caro saluto.
di Renato Tubere

lunedì 27 febbraio 2012

Jimmy McGrory

Il calcio scozzese non l’ha mai più trovato, un bomber prolifico come James McGrory, per tutti semplicemente Jimmy. Il Celtic lo trovò andando a rovistare tra le rose delle squadre minori di Glasgow. Jimmy giocava nel St. Roch, squadretta di quartiere, e cambiò maglia nel ‘21 per dieci sterline. Il 20 gennaio del ‘23, a diciotto anni, debuttò in prima squadra nella partita contro il Third Lanark. In quella stagione giocò tre partite, segnando un gol nel 4-3 con cui il Celtic piegò il Kilmarnock, prima di andare a farsi le ossa nel Clydebank, in prestito. Nel ‘24-25, McGrory diventò il centravanti titolare del Celtic. Sarebbe rimasto tredici anni in prima fila, sviluppando una carriera che avrebbe offuscato quella degli altri attaccanti britannici. Numeri alla mano, siamo di fronte a un fenomeno: 550 reti segnate in carriera, 472 delle quali con la maglia del Celtic tra League e Coppa di Scozia (per un totale di 445 incontri); in campionato, 396 reti in 375 partite, con una media stratosferica di 1,056 a partita. I suoi record sono tuttora inarrivabili: il 14 febbraio del ‘28 segnò otto reti in una sola partita, contro il Dunfermline; nel ‘26-27 fece cinquina contro Aberdeen, Dundee United e Clyde. La sua specialità erano i cosiddetti gol-lampo, quelli che nei primissimi minuti degli incontri servivano a tagliare le gambe agli avversari. Nella famosa partita del ‘28 contro il Dunfermline (probabilmente uno dei più tristi giorni di San Valentino nella storia dei tifosi dei “Pars”), segnò tre reti nei primi nove minuti di gioco, e nel ‘35 contro il Motherwell andò a bersaglio quattro volte in cinque minuti. Jimmy McGrory era un ottimo centravanti, potente e preciso nei colpi di testa, mobile, capace di attirare su di le attenzioni dei difensori avversari per creare occasioni da gol per i compagni. «Il gol che preferisco? Il prossimo» era il suo motto. Aveva un fisico da combattente, era un perfetto uomo squadra e per lui la causa del Celtic veniva prima di ogni altra. Tuttavia, la sua carriera in Nazionale fu inferiore alle attese: soltanto sette partite, nonostante un bottino di sei reti. Sulle ribalte internazionali gli veniva sistematicamente preferito Hughie Gallagher (che giocò nell’Airdrie, nel Newcastle e nel Chelsea) e per anni ci si chiese cosa avrebbero potuto fare questi due fenomeni se qualche selezionatore avesse deciso di farli giocare insieme, dal momento che non avevano caratteristiche simili. Quattro giorni prima del Natale del ‘35, davanti a 40mila persone arrivate apposta per l’evento, McGrory battè il record di gol della League, superando quota 364. Lo fece alla sua maniera, con un gol-lampo che aprì la serie nel 5-3 rifilato dal Celtic all’Aberdeen (alla fine, il bottino personale fu una doppietta). Sul “Sunday Mail” lo storico evento fu addirittura immortalato con un’ode al campione: «A Celtic fan cried, in a pause/ Where Parkhead’s fog hung hoary/ “We dinna need yer Santa Claus/ While we ha’e Jimmy McGrory”», (ovvero: Piangeva, un tifoso del Celtic, in un angolo dove la nebbia del Parkhead saliva bianca: “Non abbiamo bisogno di Santa Claus, finché abbiamo Jimmy McGrory”). Il campione, ammaccato e stanco dopo anni di battaglie in campo, giocò l’ultima partita al Celtic Park, all’età di 33 anni, il 16 ottobre 1937. Nel suo palmares c’erano due successi in campionato e cinque Coppe di Scozia. Nel 1945, finita la guerra, tornò al Celtic da allenatore: ci restò vent’anni, vincendo un titolo nazionale, due Coppe di Scozia e due Coppe di Lega, prima di passare il testimone al mitico Jock Stein. Nella foto, Jimmy McGrory and Peter Scarff.

venerdì 24 febbraio 2012

Le renne scozzesi

Nuotano bene, corrono veloci, sono docili e gentili.. Nel parco nazionale “Cairngorm Reindeer Centre” ( www.cairngormreindeer.co.uk/ ), che si trova ai piedi delle Montagne Cairngorm, 6 Km a Est della stazione climatica delle Highlands, vicino alla città di Aviemore, vivono 150 renne in libertà. Esso offre ai visitatori un'opportunità unica di ammirare questi animali nel proprio habitat naturale godendosi un'escursione guidata molto stimolante. Le escursioni vengono organizzate quotidianamente, ma per vivere un'esperienza unica nel suo genere bisogna visitare il posto in Dicembre. Le squadre guidate dagli istruttori amano sfilare dal centro fino a tutte le città del Regno Unito e a Londra partecipano perfino alle celebrazioni natalizie organizzate da “Harrods” . La renna di Cairngorm esiste grazie al sogno di un uomo: Mikel Utsi, pastore svedese che visitò la suddetta catena montuosa nel 1947, ricordandogli la Lapponia. A quei tempi non c'erano renne in Scozia, ma nel XII secolo gli aristocratici le cacciavano. Utsi scoprì che il cibo naturale delle renne era abbondante in quell'area, quindi nel 1952 introdusse in zona alcune delle renne di sua proprietà, dimostrando che potevano sopravvivere anche in Scozia. Dedicò il resto della sua vita allo sviluppo del Centro delle renne, dove oggi vive un branco di 150 esemplari. Pensate siano pericolose..? Una guida spiega che sono amabili, adorabili, simili agli esseri umani per pigrizia, scontrosità e felicità. Mentre procedono controvento i visitatori possono accarezzarle e darle da mangiare senza correre rischi. Posso essere perfino adottate ! Ognuna ha il suo nome e delle speciali caratteristiche, quindi, in base alla propria scelta si può scegliere la favorita versando soli 32.00 £. I benefattori diventano membri del progetto di conservazione di questi animali, ricevendo foto e notizie periodiche sulla propria renna, proprio come per le adozioni a distanza dei bambini ! Il Parco è il più grande della Bretagna, si estende per 3800 Km, ed è rallegrato da una verdissima campagna. Ognuno può trovarvi qualcosa d'interessante: passeggiate spettacolari, corsi di golf, castelli, gare di canoe, sci e scalate. Come dicevamo Aviemore è la città più prossima al parco, collegata regolarmente a Londra col treno, così come all'aereoporto di Inverness. Le nuove corna che spuntano alle renne sono resistenti, questi animali sono ottimi nuotatori e si nutrono di funghi e licheni. La loro velocità massima è di 64 Km/h e i contadini le accudiscono come comuni animali domestici, ricavando da esse latte, tessuti e ovviamente carne. Cambiano colore a seconda della stagione e in estate si ricoprono di una pelliccia marrone scuro che tende a schiarirsi miracolosamente in inverno..

mercoledì 22 febbraio 2012

Un Trevor Show tutto d'oro!

Nella partita d'andata della semifinale di Coppa dei Campioni 1979/80, l'Ajax fu sorteggiato con il Nottingham Forest già campione d'Europa l'anno precedente, la condizione della squadra inglese prima di questo match non era delle migliori.. anzi, parecchie battute a vuoto in campionato e la fresca sconfitta in League Cup Final del 15 marzo contro il Wolverhampton hanno acuito i problemi di Brian Clough. Il manager si scagliò contro Trevor Francis reo di non rendere quanto ci si aspettava dopo il rientro dagli Stati Uniti, i giornali il giorno dopo riportarono testuali dichiarazioni "Quel Francis è un mangiapane a tradimento; in tutta una stagione non si è ancora guadagnato nemmeno 1 cents dei soldi spesi per acquistarlo. E' inutile pensare di arrivare a concludere qualche cosa di buono con un simile cialtrone in squadra -ma non si limitò a lui- non è che gli altri siano tanto migliori, anzi, meriterebbero tutti di restare senza paga fino a che non si rimettono in carreggiata..". Ma le ire erano anche contro tutto il resto della squadra. Le dichiarazioni ai giornali del manager Clough il giorno dopo la sconfitta di Wembley, furono a dir poco "fumentine", "non so più cosa inventare per rimettere in sesto il nostro livello di gioco -rivelava- i giocatori devono cambiare impostazione, ma non credo proprio di avere quello che ci vuole per risolvere il problema, forse è il caso di licenziarli tutti, o piuttosto d'andarmene io..".
Insomma non proprio una vigilia serena per una semifinale di Coppa dei Campioni contro gli olandesi, ma la città di Nottingham attendeva trepidante l'evento, la tensione per le strade era altissima, negozi chiusi in anticipo, strade deserte con l'approssimarsi del match, mezza città allo stadio e l'altra meta' si riversò nei pub! Il risultato finale 2-0, sanciva il passaggio di consegne con i "maestri" olandesi, un grandissimo Trevor Francis (forse per le punzecchiature del manager) autore del 1° goal dopo un'uscita a vuoto del portierone Schrijvers propizio il rigore trasformato da Robertson. Un gioco a tutto campo con azioni corali devastarono gli ajacidi. Il giorno dopo la stampa esalto' Francis, Garry Birtles e compagni, il Sun titolò: "Un Trevor Show tutto d'oro!" facendo ricorso a tutta la fantasia dei propri giornalisti, "Clough dovrebbe noleggiare un tappeto volante invece di un aereo per andare a fare una tournee negli Emirati Arabi" dove la squadra inglese andò subito dopo il match contro gli olandesi.
Anche il Mirror esaltò il Nottingham: "Onore al Super Trevor" a piena pagina e una citazione per Birtles, anticipando la partita di ritorno ad Amsterdam con una caterva di goals..La partita di ritorno in Olanda si rivelò molto più dura delle aspettative inglesi, risultato finale 1-0 con goal di Soren Lerby che diede la vittoria seppur inutile all'Ajax, in finale il Nottingham Forest incontrò l'Amburgo di Kevin Keegan, e vinse la sua seconda Coppa dei Campioni!
di Max Troiani

lunedì 20 febbraio 2012

Il primo amore non si scorda mai.

“Il primo amore non si scorda mai” e così fu quando quel 5 Settembre 1970 misi piede per la prima volta nella Riverside stand di Ewood Park per la partita di seconda divisione tra Blackburn Rovers e Swindon Town e quando Brian Conlon siglò l’unica rete dell’incontro, fu come ricevere il primo bacio. Ricordo che dopo qualche minuto chiesi a mio padre perché non l’avevano ancora fatta rivedere al rallenti.... avevo sette anni. Quella stagione finì in modo tragico, per la prima volta nella sua lunga e gloriosa storia la squadra retrocesse in 3° Divisione.Tornando indietro di qualche anno ed esattamente all’ultimo incontro della stagione 1957/58 di 2° Divisione il Blackburn deve affrontare il Charlton fuori casa sapendo che solo una vittoria lo portera’al secondo posto proprio davanti ai Citizens. E fu trionfo davanti a 56,000 tifosi con una sofferta vittoria per 4-3 dopo che i blue and whites al 60° minuto erano avanti per 4-1. Così dopo una decina di anni i Rovers si riaffacciarono nella “top flight” con una squadra promettente e dei giovani di talento ai margini della prima squadra. I primi anni furono di assestamento con piazzamenti di media alta classifica. Iniziarono a debuttare i giovani talenti che nella primavera del 1959 conquistarono la Youth Cup battendo il West Ham. Giocatori del calibro di Fred Pickering, Keith Newton, John Byrome ed il futuro capitano del Galles Mike England ed i già affermati Ronnie Clayton (nella foto in un incontro giocato ad Highbury), Andy McEvoy, Bryan Douglas, l’irlandese Derek Dougan lo scozzese Ally Macleod e Peter Dobing che ebbe il compito di far dimenticare il grande attaccante Tommy Briggs facendolo in maniera egregia segnando oltre 80 gol in 4 stagioni. Nel 1960 il Blackburn arriva a Wembley dopo un’assenza ventennale, l’ultima fu la finale persa contro il West Ham battezzata la“War Cup Final”. La squadra guidata da Dally Duncan stava attraversando un periodo di crisi e polemiche avendo vinto tre e pareggiando 2 delle ultime 18 partite di campionato relegando la squadra agli ultimi posti. L’unico conforto fu la coppa ed il memorabile scontro del sesto turno contro i nemici del Burnley. Davanti a 51,000 del Turf Moor la partita finì 3-3 , nel “replay” non ci fu scampo per il Burnley, il Blackburn si aggiudico’ l’incontro con un classico 2-0. Mai una vigilia fu più tormentata . Il giorno prima del grande evento Derek Dougan fece una richiesta scritta di essere ceduto per la paura di non essere scelto per la finale a causa dell’ acuirsi di un recente infortunio. Alla fine fu scelto ma per la maggior parte dell’incontro fu uno spettatore. Praticamente non ci fu partita e dopo pochi minuti il padre di un mio compagno di scuola Mick McGrath segnò nella sua porta , il tempo di ricominciare e David Whelan si ruppe la gamba in uno scontro fortuito con Norman Deeley,oramai la frittata era fatta....Il resto è storia ed il Wolves vinse clamorosamente per tre reti a zero. Nella stagione 1960/61 venne abolito il “Maximum wage” che avrebbe cambiato il calcio per sempre, fu più evidente nel Lancashire, se si pensa che in quella stagione militavano nella massima serie Blackburn, Burnley Blackpool Bolton e Preston e godevano di ottima salute con diversi giocatori di livello internazionale. Nel giro di 10 anni tutte queste formazioni sarebbero retrocesse ed in particolare il Blackburn avrebbe assaggiato per la prima volta nella sua storia la 3rd Division.I primi campionati del decennio passarono nell’indifferenza del pubblico locale e gli spettatori paganti scesero notevolmente. La squadra non fece niente per migliore lo scempio, perdendo in Semifinale di Coppa di lega contro il Rochdale e contro il Fulham nel 6° turno di F.A.Cup. Per la stagione 1963/64 Jack Marshall avrebbe messo insieme una squadra soprannominata i “Marshall’s misfits”, perché aveva l’abilità di cambiare la posizione dei giocatori in campo con successo. In questo frangente diverse squadre furono battute, a Settembre gli “Mighty” Spurs se ne tornarono cariche di meraviglie dopo un 7-2 , il West Ham 8-2 il giorno di Boxing day. (Ewood Park match) Dopo questa partita qualcosa iniziò ad incepparsi, anche se i tifosi avevano legittimamente iniziato a sognare il titolo ,nonostante un 5-0 contro il Bolton e successivamente un 5-2 contro il Leicester non si fermò il declino e tra la fine di Febbraio e la fine di Marzo i Rovers incapparono in 5 sconfitte consecutive che avrebbero tolto ogni dubbio sull’esito del campionato e di gloria e finendo al 7° posto. La stagione 1965/66 fu un vero e proprio disastro. Il campionato cominciò male con il rinvio delle prime partite in casa dovuto ad un’epidemia di polio che scoppiò in città. Il che portò ad un numero di incontri da recuperare. Ancorati in fondo alla classifica dall’inizio della stagione con una preparazione approssimativa, i Rovers persero 7 delle prime 8 gare. Ci furono tentativi di rafforzare la rosa con Colin Bell, Wyn Davies e Terry Hennessey ma furono inutili e la situazione precipitò e furono retrocessi perdendo 12 delle ultime 13 gare.Mentre la nazione in quell’estate del 66’ festeggiava la vittoria mondiale contro la Germania i tifosi del Blackburn speravano in un pronto ritorno in Prima Divisione. Jack Marshall fu confermato come allenatore ed iniziò a costruire una formazione di rango. Mike England fu venduto al Tottenham per 95,000 sterline ed alcuni nuovi elementi furono acquistati tra i quali John Connelly che qualche mese prima aveva fatto parte della rosa dei 22 per i Mondiali. Dopo un inizio incoraggiante i ragazzi di Jack Marshall racimolarono una sola vittoria tra la metà di Settembre e i principi di Novembre. A questo punto fu deciso di cambiare rotta e fu richiamato Eddie Quigley ex giocatore e manager dello Stockport. I sogni di promozione, comunque, naufragarono Sabato Santo davanti al proprio pubblico contro il Coventry che alla fine del campionato venne promosso. Gli anni seguenti le cose non andarono meglio, con perdite finanziarie allarmanti e fu deciso di non vendere il pezzo pregiato, Keith Newton. La società decise di adottare la linea verde e furono annessi alla prima squadra dei giovani interessanti, ma le campane d’allarme furono sentite troppo in ritardo e nel Dicembre del 1969 Keith Newton fu venduto all’Everton e questo evento fu visto da molti come l’inizio del declino che avrebbe portato la squadra alla retrocessione di 3° Divisione nel 1970/71. Il 27 Aprile 1971 rimarrà nella storia del club come il giorno più triste dei quasi 100 anni di storia. La sconfitta contro il Q.P.R. per 2-0 consegnò il Blackburn alla storia. La settimana seguente davanti a soli 3,000 paganti all’Ewood Park le fu data l’estrema unzione. A questo punto le finanze del club erano a pezzi e doveva essere fatto qualcosa di drastico per raddrizzare la barca. Fu chiamato a guidare la squadra Ken Furphy un giovane allenatore con le idee chiare ed egli fece una vera e propria rivoluzione e dopo una prime fase a dir poco mediocre, Furphy portò in casacca bianco e blu ben 9 giocatori nuovi. (Derek Fazackerley giocatore storico degli anni ’70). Dopo la mia prima esperienza ad Ewood Park quasi un anno prima, iniziai a sperare di andare allo stadio con mio padre ogni settimana iniziando a sondare il terreno la sera prima. Uomo di poche parole, lo leggevo nei suoi occhi quando la risposta era sì. Così il Sabato per me era come “Cup final day” e non trovavo pace fino a quando non partivamo per la stazione degli autobus dove mio padre lasciava la macchina perchè si “sentiva più tranquillo”. Sul bus si discuteva se John O’Mara era sprecato in 3° Divisione o se era stato uno sbaglio a vendere Bobby Bell!!! Io ero contento di ascoltare e di respirare l’atmosfera. Appena arrivati già si vedevano i primi tifosi con le loro sciarpe ed io avevo la mia ben annodata intorno al collo, crescendo l’avrei portata intorno al polso. Poi si iniziavano a vedere i riflettori da lontano ed il mio cuore faceva i primi sussulti. Finalmente arrivati ci incamminavamo verso lo stadio esattamente il Riverside, prima tappa era di acquistare il “Match Programme” che mi leggevo dalla prima all’ultima parola in attesa del calcio d’inizio. Inutile dire l’emozione quando uscivano le due squadre ed il frastuono di circa 7’000 persone che per le mie piccole orecchie era una bolgia. Quell’ora e mezzo passava in un batti baleno e quando puntualmente l’orologio di mio Padre segnava le 16.40 lui si alzava dandomi una pacca sulle spalle dicendo che dovevamo fare presto per evitare la calca. E quanti i gol che mi sono perso in quegli ultimi minuti....Per la prima volta nella sua storia il club si trovava in 3° Divisione e la nuova realtà non fu facile da digerire. La squadra non riusciva a trovare una sua identità a causa dei continui cambi di giocatori e inevitabilmente ne patì, in questo frangente conobbe una delle sconfitte più brucianti un 7-1 a Shrewsbury!! In quel primo campionato di terza finì al decimo posto. Nel campionato 1972/73 ci fu una ritrovata fiducia e per molti sembrava l’anno del rilancio ma i 3 pareggi nelle ultime 3 gare relegarono il Blackburn al terzo posto 2 punti dietro il Notts Co promosso insieme al Bolton. La colpa di questa mancata promozione deve essere imputato alla decisione dell’allenatore Furphy di lasciare Ewood Park a poche giornate dal termine optando per un’allettante offerta dello Sheffield Utd. La decisione di non prendere un “vero” allenatore fino a Gennaio 1974 portò un altro campionato di stenti e delusioni. Poi fu preso Gordon Lee che non era affatto contento della rosa di giocatori a disposizione. Dopo aver traghettato il Blackburn verso una salvezza tranquilla, (finendo al 13° posto il peggior piazzamento di tutta la sua storia), in quell’estate smantellò la squadra portando nuova linfa ed entusiasmo. Nelle prime 12 partite i Rovers persero solo una volta e sembrava l’anno buono per risalire. A Febbraio del 1975 le prime due della classe si dovevano incontrare a Ewood Park, il Plymouth di Paul Mariner si trova in testa alla classifica dopo averci spodestato 10 giorni prima battendoci 2-1. Sarebbe stata una partita che è rimasta nella storia del club per intensità ed emozioni. Ci avvicinammo allo stadio sotto una pioggerella tipica dalle nostre parti e vedevo un fiume di persone che non avevo mai visto a Ewood Park. Quando finalmente entrammo nel “Riverside” l’atmosfera era elettrica. Fu annunciato che la partita sarebbe stata trasmessa quella sera su “Match of the day” e si levò un urlo do “We’re gonna win the league!!” Era cosa rara che la BBC trasmetteva partite di 3° serie. Non sapevo se leggere il “programme” , cantare, guardarmi intorno.... Finalmente la partita ebbe inizio e si vedeva subito che l’Argyle era “squadra”, dopo 15 minute andò in vantaggio e dopo altri due giri d’orologio raddoppiò. Sbagliammo anche un rigore e riuscimmo ad accorciare le distanze allo scadere del primo tempo. Il primo tempo era stato bellissimo, ma su un campo che man mano si andava avanti diventava sempre più pesante non potevano regalarci altre emozioni. Invece si! Il centrocampo dei Rovers iniziava a macinare gioco e fu un susseguirsi di emozioni. Riuscimmo a segnare ben 4 volte, ma attenzione il Plymouth non stette a guardare ribatteva ogni volta. La partita finì 5-2 al di là di ogni previsione visto come si era messa nel primo tempo. Secondo voi mi perdevo MOTD quella sera? Il campionato terminò con noi in testa ed il Plymouth secondo. I successivi 4 anni in 2° Divisione passarono senza sussulti, costretti a sopravvivere, diversi giocatori di grande promessa come il portiere Paul Bradshaw ( candidato da molti a vestire la maglia della nazionale negli anni a venire), il terzino John Bailey e l’ala Kevin Hird furono sacrificati. Nel 1977 arrivò il compianto Noel Brotherston che giocò a Ewood Park per diversi anni e partecipò ai mondiali dell’82 nelle file dell’Irlanda del Nord.Nell’anno della seconda retrocessione in terza Divisione nel 1978/79 ricordo una partita in particolare che rimane nella mia memoria come una delle più brutte che abbia visto, non tanto per il risultato( un secco 4-1 contro il Cardiff) ma per l’impotenza che derivò dalla sconfitta, di una certezza che dopo quella gara avremmo giocato il prossimo campionato in terza... Era il 28 di Febbraio e la partita si sarebbe giocata in notturno per tutta la giornata era caduta la neve pregiudicando la gara. Mio Padre già mi aveva annunciato che non saremmo andati a vederla qual ora l’avessero giocata. Mi ero rassegnato quando intorno alle 18.00 il nostro vicino di casa bussò alla porta dicendo, visto la serataccia, se volevamo andare con lui alla partita. Gli saltai addosso e lo abbracciai. Indovinate come si chiamava “l’angelo” Mr Blackburn of course!!! Partimmo subito e visto che nevicava ancora, mio Padre non volle venire. Quando arrivammo allo stadio ci dissero che la partita sarebbe iniziata regolarmente. Prendemmo posto mentre gli addetti ai lavori spalavano la neve con l’aiuto di diverse decine di tifosi che davano una mano. Faceva da vero freddo, anche se portavo il mio “bobble hat”. Venivamo da due sconfitte e anche se mancavano ancora una quindicina di partite nell’aria aleggiava una certa consapevolezza che sarebbe stata la partita decisiva. Iniziammo bene, era la prima partita di Alan Birchenall ex faro del Leicester ed una delle prime partite di Wagstaff ex Wolves. Dopo un ottimo primo tempo andammo negli spogliatoi in vantaggio con un gol di un ragazzo locale che avrebbe inciso il suo nome nella storia del club – Simon Garner (nella foto). Nel secondo tempo qualcosa andò per il verso sbagliato, mentre ricominciò a nevicare pesantemente il Cardiff in pochi minuti ribaltò il risultato. Poi John Bailey venne falciato sulla fascia sinistra e perse completamente le staffe, si sedette a cavalcioni sull’avversario ed iniziò a prenderlo a pugni!!! Inevitabilmente fu allontanato dal campo e subimmo altre due reti. Chiuso il sipario ce ne andammo infreddoliti e consapevoli che avremmo calcati di nuovo i campi di terza divisione l’anno seguente. Quella fu la terza di sette sconfitte consecutive. L’unica nota positiva fu l’arrivo di Duncan McKenzie grande fantasista dell’epoca e giocatore sottovalutato. Erano gli anni della nuova moda di avere in squadra un allenatore/giocatore tagliando così i costi e così fu chiamato Howard Kendall. Oramai in procinto di ritirarsi aveva avuto una carriera brillante ma non aveva mai allenato. Le prime 10 partite portarono una sola vittoria e furono comprati Jim Branagan (difensore) e Andy Crawford(attaccante) che finì la stagione con 18 reti. Pian piano i Rovers iniziarono a salire la china e dopo un 2-1 a Grimsby il 12 Gennaio 1980 vincemmo 14 delle successive 15 partite subendo appena 4 gol. La promozione fu assicurata con una vittoria a Bury alla penultima giornata per 2-1.E così iniziarono gli anni ottanta, tra speranze, delusioni ecc ecc.... ma questa è un’altra storia.
di Luigi Sciascia, UKFP n° 10.

venerdì 17 febbraio 2012

Leeds United saga

Sembrava dovesse essere una favola a lieto fine, invece non è finita per niente bene. Adesso il Leeds è in seconda divisione inglese, chiamata ora Coca Cola Champioship. L’apice è certamente stata la semifinale di Champions League nel 2001 contro il Valencia di Hector Cuper, in cui purtroppo i ragazzini di David O’Leary hanno pareggiato 0-0 all’andata ad Elland Road e perso la partita di ritorno per 3-0. Sicuramente tutto è iniziato con l’arrivo dell’Irlandese ex gloria dell’Arsenal al posto di George Graham, scappato per prender possesso della panchina degli Spurs alla fine del 1998. O’Leary dimostra subito di riuscire a plasmare una squadra piena zeppa di giovani promesse d’autentico valore, uno su tutti Harry Kewell, l’australiano capace di giocate straordinarie, poi Gary Kelly, Ian Harte dalle micidiali punizioni, la peste Alan Smith, John Woodgate e Lee Bowyer. Quest’ultimi due insieme al difensore Alan Duberry nel gennaio 2000 sono stati protagonisti di un vero e proprio scandalo, colti in flagranza mentre pestavano un ragazzo ventenne di origini indiane reo d’aver avuto un battibecco con un loro amico dentro un pub. Risultato? Cella per alcune ore, al processo scandalosa assoluzione per Bowyer e condanna a 100 ore di servizio comunitario per Woodgate.Intanto il Presidente del Leeds, Peter Risdale, continuava a rastrellare grandi giocatori sul mercato. Olivier Dacourt, fatto rientrare in Inghilterra per 7.2 milioni di Sterline dopo l’avventura all’ Everton, era considerato da O’Leary la “chiave” giusta in mezzo al campo. La cofra pagata per il francese era sì esorbitante, ma non tanto da rimanere come record per l’acquisto più costoso. Dopo Dacourt arrivarono Robbie Keane, tornato nel Regno Unito dopo alcuni mesi all’Inter, e soprattutto Rio Ferdinand dal West Ham per ben 18 milioni di pounds. Dalla Scozia arriva Mark Viduka, poderoso centravanti di Melbourne, mentre dal Liverpool viene acquistato un certo Robbie Fowler, dato per finito (a ragione) da Gerrard Houllier. Un manipolo di campioni che portavano i Whites al “top the table” alla fine del dicembre 2001. Sappiamo tutti quell’anno il titolo della Premier League finì all’ Arsenal, capace di fare il double con la conquista anche della F.A. Cup.L’anno che andava a finire (2001), sicuramente è stato il più bello per la banda O’Leary, partite epiche in Champions League con Milan, Besiktas, Barcellona, Anderlecht, Lazio e Deportivo La Coruna, tutti match che rimaranno nella storia della squadra dello Yorkshire. L’arroganza e la sfacciataggine dei giovani guidati e plasmati a malapena da O’Leary era riuscita nella grande impresa d’arrivare là dove 30 anni prima erano giunti i grandi Bremner, Lorimer, E.Gray, finalisti a Parigi nel 1975 dell’atto conclusivo della Coppa dei Campioni, poi persa contro il Bayern Munchen.I trionfi, anche se non i trofei, in quanto effettivamente il Leeds non ha vinto niente, portano Risdale a volere investire ancor di più ed addirittura a voler costruire un nuovo impianto per la sostituzione del mitico Elland Road. Ma il Presidente oramai ha fatto il passo più lungo della gamba e la mancata qualificazione del 2002 alla Champions League si rivela tragica dal lato economico, non permettendogli d’incassare 30 milioni di euro che si rileveranno quasi vitali. La società si scopre ricoperta di debiti e quindi costretta a cedere tutti i pezzi più pregiati ed addirittura a svendere per togliersi ingaggi troppo onerosi. Via O’Leary, il traghettamento verso le parti basse della classifica spetta a Venables, che però mai riuscirà a trovare la soluzione per salvare la squadra dalla retrocessione che arriva nel 2004 sotto la guida di Peter Reid e dopo Eddie Gray, già allenatore delle giovanili. La caduta in Second Division avviene con la societa’ in amministrazione controllata.
di Max Troiani, numero 13 fanzine "UK Football, please".
Un consiglio per chi volesse entrare e conoscere la storia illustrata del Leeds United entri su Mighty Leeds di Dave Tomlinson, un sito meraviglioso!

mercoledì 15 febbraio 2012

Il nome dello stadio lo decidono i tifosi

La nuova frontiera dei naming rights è quella della lotteria per decidere il nome di uno stadio. Si versano 50 sterline e il gioco è fatto. Un importo ridotto, certo, visto che il club in questione è il Bath City, quinta serie del calcio inglese. L'impianto da ribattezzare è il Twerton Park (nella foto), un'anzianità di servizio notevole (ha aperto i battenti nel 1909), una capienza degna di ben altri palcoscenici (8.800 posti, tanto che tra il 1986 e il 1996 ha ospitato il Bristol Rovers) e un fascino un po' retrò imbattibile, visto che dalle sue vecchie gradinate si possono ammirare gli eleganti edifici della città termale fondata dai Romani duemila anni fa. La scelta della dirigenza del Bath è dettata da evidenti motivi economici. La media spettatori è bassa, anche perché la squadra se la passa maluccio (è ultima in Conference National) e gli sponsor non sono così munifici. Il fortunato vincitore della lotteria potrebbe decidere di chiamare lo stadio come più gli aggrada. Ipoteticamente il nome potrebbe rimanere lo stesso, oppure si potrebbe prendere ispirazione da vecchie glorie del passato o invece omaggiare amici e parenti. Se la dea bendata dovesse favorire una compagnia privata, si seguirebbe uno schema più classico, che va tanto in voga in Inghilterra negli ultimi anni. In Premier ci sono il Reebok Stadium, l'Emirates, l'Etihad, il DW e da poco anche la Sport's Direct Arena. Ma anche nelle divisioni inferiori ci sono parecchi esempi, come, tanto per citarne un paio, l'American Express Community Stadium (Brighton) o la Ricoh Arena (Coventry). Fino al 2010 c'era anche il Kit Kat Crescent, ma una volta scaduto l'accordo di sponsorizzazione il glorioso Bootham Crescent, casa dello York City dal 1932, ha (fortunatamente) riacquisito la vecchia denominazione. Tornando alla singolare storia del Bath City, numerosi giocatori hanno già fatto sapere di aver aderito all'iniziativa. Jim Rollo, capitano e bandiera della squadra con oltre 450 presenze, si è addirittura espresso in toni entusiastici, definendola “un'ottima idea”.
Chissà se proverà la sorte anche il tifoso più celebre dei Romans (il soprannome del Bath), ovvero il regista Ken Loach. Uno dei più apprezzati esponenti della cinematografia britannica il marzo scorso si era dichiarato entusiasta di una precedente trovata del suo club: vendere biglietti scontati dell'80 per cento agli esponenti della nutrita comunità polacca di Bath. Per la verità non tutti i tifosi della compagine del sud dell'Inghilterra hanno espresso un parere positivo sul tentativo di aumentare la base di sostenitori con agevolazioni così “singolari”. Ma tant'è, a Bath non si può certo dire che se ne stiano con le mani in mano e che la gestione societaria si basi su schemi troppo convenzionali. Adesso toccherà solo aspettare le festività pasquali per scoprire chi avrà vinto il sorteggio, quanti soldi saranno stati raccolti e se il Twerton Park cambierà sul serio nome. In ogni caso non sarebbe per molto, visto che i naming rights scadranno dopo una sola stagione. Va bene stravolgere la tradizioni, ma non esageriamo!
di Luca Manes, da http://ukfooty.blogspot.com

martedì 14 febbraio 2012

McCarthy va via dopo la batosta

 l'esultanza del capitano dei baggies, Olsson
Domenica nel "black country" derby tra Wolverhampton e West Bromwich è stato un massacro, la squadra allenata da Roy Hodgson ha vinto fuori casa per 5-1, un risultato esaltante che rimarrà nella storia dei baggies. In negativo dall'altra parte, i Wolves hanno registrato una sconfitta pesantissima che i tifosi vorranno cancellare al più presto, Mick McCarthy (nella foto) manager dal 2006, ieri ha rassegnato le dimissioni, dopo che precendentemente al derby era stato già aspramente criticato dai propri tifosi.

lunedì 13 febbraio 2012

Wyn Davies, il gallese volante.

Delle tante storie che rendono unica la tradizione del Newcastle, quella di Wyn Davies non è proprio da ‘prima pagina’. Eppure mi ha sempre colpito per l’incrocio ‘magico’ fra il suo calcio offensivo operaio e fisico e una delle stagioni più gloriose del club, i cosiddetti ‘anni europei’. Wyn Davies non è stato un ‘numero 9’ tipico nella tradizione del Newcastle. Non ha segnato gol a grappoli come Gallagher, Milburn o Shearer né ha incantato le folle con i suoi colpi di genio come alcuni dei suoi predecessori e successori. Spesso nei suoi cinque anni al St. James Park è stato anche aspramente criticato, ma nonostante tutto ha lasciato un segno indelebile nella storia del club; con la sua personalità, la sua forza aerea, e soprattutto con la firma sull’ultimo grande trionfo del Newcastle, la Coppa delle Fiere del 1969. Proprio in quell’anno, nel corso di un’intervista, Ivor Broadis (ricordate l’amico di Tom Finney in ‘quel’ ritiro della nazionale inglese?) lo descrisse così: ‘se si potessero avvitare dei tacchetti sulla sua testa, sarebbe un nuovo George Best’. Paradossale ma incisivo nel sottolineare la straordinaria capacità nel gioco aereo, stridente contrasto con la (stentata) sufficienza con i piedi. Davies arrivò a Newcastle nell’autunno del 1966, al termine di una saga protrattasi per oltre un anno. Il centravanti del Bolton (con cui realizzò 74 gol in 170 partite) aveva infatti attirato l’attenzione del manager dei Magpies, Joe Harvey, già nell’estate del 1965. Il trasferimento saltò all’ultimo minuto, ma Harvey non cancellò l’appunto dalla sua agenda, e dopo aver evitato di poco la retrocessione, al termine della stagione successiva tornò alla carica. La trattativa si era intanto complicata, perché Davies continuava a segnare ed altri club (Arsenal, Sheffield Wednesday e Sunderland) avevano fatto offerte. La cosa si trascinò ben oltre l’inizio della stagione, e nel frattempo il gallese andò a segno 12 volte nelle prime 12 uscite. Alla fine Harvey ebbe il suo uomo, sborsando la cifra di 80.000 sterline, quasi il doppio del precedente acquisto-record del Newcastle. Un attimo ancora di esitazione e probabilmente sarebbe saltato tutto; poco dopo la firma, infatti, sul tavolo di Davies arrivò l’offerta del Manchester City di Joe Mercer, che dalla sua aveva la vicinanza della città a Bolton e al Galles, dove il centravanti manteneva tutti gli interessi personali e familiari.Ma ormai il dado era tratto, e Davies arrivò al St. James Park per iniziare la nuova avventura con un severo taglio a spazzola, un cappotto di pelliccia e le scarpette in mano. Schivo e riservato, si trovò letteralmente investito da un’ondata di giornalisti, telecamere, centinaia di tifosi e ragazzini in cerca di autografi, assaggio della passione unica con cui si viveva i calcio sul Tyneside. Volevano farne la prima superstar dell’era del calcio televisivo, ma Davies non era l’uomo giusto; ritroso, spesso solitario e difficile da capire anche per i compagni di squadra, il gallese era il prototipo dell’antidivo. Per un protagonista adeguato, Newcastle avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno e l’arrivo da Londra di Malcolm Macdonald.Davies esordì il giorno dopo essere arrivato, peraltro nella prestigiosa occasione del derby casalingo contro il Sunderland, e non senza prima aver rischiato il ‘rapimento’ goliardico da parte di un gruppo di studenti universitari, sventato nascondendosi per tutto il giorno in casa di uno dei dirigenti del club. A parte gli aspetti di contorno, Davies si rimboccò subito le maniche per raddrizzare una baracca pericolosamente vicina alla zona retrocessione. Fisicamente poderoso, era a proprio agio nell’area di rigore, dove scambiava senza paura colpi proibiti con i difensori, spesso incapaci di contrastarne regolarmente lo strapotere fisico. Insuperabile di testa, riusciva a rimanere sospeso per aria una frazione di secondo in più del suo marcatore, prendendogli spesso il tempo e lo spazio dell’intervento. Con la palla a terra Davies diventava un giocatore normale, ma con gli anni aveva imparato a sfruttare comunque le sue doti fisiche, offrendosi costantemente come boa avanzata del gioco e punto di riferimento per i compagni. Harvey modellò progressivamente il gioco della squadra alla nuova risorsa offensiva, utilizzando sempre di più le palle lunghe a trovare la testa di Davies. A volte arrivavano conclusioni dirette, molto più spesso il tocco del centravanti apriva spazi per i compagni di reparto, Bennett prima e Pop Robson negli anni successivi. Un vero e proprio schema, che non fruttava però a Davies un ritorno realizzativo proporzionale alla mole di lavoro svolta per la squadra. Nella prima stagione segnò 9 reti in 30 partite, nella seconda 12 in 40 uscite. Di qui le critiche spesso ingenerose di chi era abituato ad associare al numero 9 del Newcastle decine di gol a stagione. Il vero impatto di Davies fu però evidente quando i Magpies approcciarono le loro prime esperienze continentali. Dopo il match contro il Real Saragozza, per esempio, Pop Robson riferì dello stupore del fortissimo difensore spagnolo Santamaria quando, al primo spiovente, Davies saltò mezzo metro più in alto di lui e praticamente lo oscurò con la sua mole in volo. Con grande onestà Lord Westwood, chairman del Newcastle di quegli anni, affermò che senza Wyn Davies non avrebbero mai vinto la Coppa delle Fiere. In Europa Wyn trovò terreno fertile, realizzando 10 gol in 24 partite; protagonista di duelli fisici epici con i difensori continentali, pagò la sua irruenza con diversi punti di sutura, gomitate, una frattura dello zigomo, la rottura del setto nasale, spesso senza alcuna protezione da parte degli arbitri.Esaurita l’esperienza europea del Newcastle, cominciarono nuovamente i problemi. Qualche infortunio di troppo e la prevedibilità del gioco del Newcastle che indusse Harvey a ricercare nuove soluzioni emarginarono progressivamente Wyn the Leap. Nell’estate del 1971 arrivò così la cessione al Manchester City, per la somma di 52.000 sterline; Davies chiuse la sua esperienza al St. James Park con 216 partite e 53 gol. Pur continuando ad impaurire le difese con la sua potenza aerea, Davies non riuscì più a replicare la forma degli anni trascorsi a Bolton e Newcastle. Dopo una sola stagione al Maine Road si trasferì ai rivali del Manchester United, e nel 1973 al Blackpool. Anche a Bloomfield Road rimase poco, prendendo la via del sud verso Crystal Palace, Stockport e Crewe, dove chiuse la carriera nel 1978, dopo quasi 700 partite ufficiali e 200 gol al suo attivo. Una carriera iniziata nel 1960 con il Wrexham, dopo la gavetta del calcio amatoriale gallese. Seguito dagli osservatori di diverse squadre importanti, fu il Bolton a fare la prima mossa e lo portò a Burnden Park nel 1962. Il resto è storia, così come le 34 presenze con la nazionale maggiore gallese, dopo aver vestito tutte le maglie giovanili. Non un fenomeno, quindi, ma un giocatore onesto, determinato ed efficace, uno che al St. James Park ha lasciato un segno importante fra i tifosi, che cantavano per lui ‘You’ve not seen nothing like the Mighty Win’, non avete mai visto niente come il meraviglioso Wyn, il Gallese Volante.
di Giacomo Mallano (da UKFP n° 12 settembre 2005)

venerdì 10 febbraio 2012

Che vergogna difendere Capello! il razzismo va punito.

di Francesco Merlo, http://www.francescomerlo.it
E’ una vergogna difendere Capello come stiamo facendo in Italia. - leggete l’inequivocabile labiale di Terry su Youtube – va molto al di là di : è un insulto razzista così orribile che mi vergogno di tradurlo in italiano. Provo io quella vergogna che avrebbero dovuto sentire Terry e Capello. Certo, è Terry che in campo ha vomitato il suo razzismo contro Ferdinand. Ma la vergogna avrebbe dovuto accendere la rabbia ultima e definitiva di Capello, che di Terry era il padre spirituale, il custode della gioia del suo gioco, il garante del suo blasone di capitano. Invece Capello lo ha difeso e molti italiani ora lo cantano come eroe nazionale. E si è sentito scavalcato dalla Federazione inglese che, costretta a intervenire al suo posto, ha giustamente degradato il calciatore. Insomma Capello si è rivelato un complice e non un capo . Doveva essere lui a punirlo invece di farsi commissariare e scappare via come Schettino. Capello surrogato dalla commissione etica è come il sindaco di Roma che, ubriaco di neve, è stato messo a posto dal Viminale. E’ come quel signore che, incapace di governare, è stato spodestato dai tecnici. Davvero è lungo l’elenco dei capi italiani che non ce la fanno: canta Paolo Conte. Capello procura un altro guaio all’Italia che, ancora un volta, si gioca la reputazione. Si sa come sarebbe finita da noi: Terry sarebbe stato assolto nei bar e a Quelli del calcio. Perché l’odio qui è permesso e tollerato, è il nostro bicarbonato. Lo stadio, poi, è la zona franca, un luogo a statuto speciale come Gibilterra in Spagna, come il quartiere Scampia. Con un risolino ironico chiudiamo un occhio, anche in segno di intesa, quando nascosti e protetti dal tifo, sentiamo insultare Mario Balotelli perché è nero. Gli archivi dei giornali sono pieni di queste schifezze che scoprono la piaga purulenta che Capello contribuisce ad infettare: c’è il campione israeliano Ronny Rosenthal che non fu ingaggiato dall’Udinese perché gli ultras lo avevano accolto sporcando i muri di ingiurie antisemite. A Treviso, dove allo stadio latrano abitualmente slogan razzisti, lo scorso anno mamme e papà di una squadra di baby calciatori vomitarono cori contro un dodicenne nero. E sull’autogrill di Arino nel Polesine un branco di tifosi appena sazi di partita picchiò un cameriere di un autogrill colpevole solo di essere albanese…
Eppure ogni volta i sindaci, come lo sceriffo di Treviso, i dirigenti e persino i parroci reagiscono alle sanzioni proprio come Capello: . Si sa cos’è diventato il garantismo in Italia: da principio di civiltà a salvacondotto di ogni porcheria. E mentre il primo ministro Cameron ha generosamente detto che Capello è , ora gli italiani lo celebrano. Nessuno tiene la lingua tifosa a freno, specie quando è lingua corporativa (come nel caso di Ancelotti), senza capire che ci sono sconcezze contro cui è necessario erigere un tabù. Abituato al miserabile armamentario di Bossi e Calderoli, forse Capello non si è reso conto che ci sono Paesi dove tutto questo ruminare non è permesso.
In Inghilterra, che è la fortezza di tutti i colori, l’approdo del mondo intero, ci sono cose che sono state estirpate persino dagli istinti. E la brutta figura di Capello dovrebbe insegnarci che non ci sono stadi e raduni, non ci sono ghetti dove si possano sfregiare le persone, il colore della pelle, il sesso, la religione. Oggi anche in Italia c’è un confine preciso tra la barbarie e la civiltà: è il razzismo. Quando Totti sputò all’avversario fu purtroppo difeso dai suoi tifosi, ma fu un peccato veniale rispetto a quelli di Terry e di Capello. Adesso ci toccherà chiedere scusa anche a Zidane la cui testata, rivista oggi, è violenta sì ma almeno sfrontata ed elegante.

Capello lascia la Nazionale inglese, meno male..

Capello lascia la Nazionale inglese a quattro mesi dall'inizio dagli europei, la sua "assurda" difesa a John Terry per la fascia di capitano dopo che lo stesso aveva  apostrofato vergognosamente Anton Ferdinand con frasi razziste..

Milano, 9 feb (TMNews) - Fabio Capello ha lasciato la panchina dell'Inghilterra a quattro mesi dagli Europei in Polonia e Ucraina. E i tabloid non si scompongono granché. L'addio del commissario tecnico friulano, a seguito della controversia con la Federazione sulla fascia di capitano di John Terry, è stato accolto freddamente dalla stampa d'oltremanica. "L'addio di Capello tra pochi rimpianti", apre il Guardian, piuttosto critico con l'italiano: "Non si è curato di imparare l'inglese né di conoscere a fondo la cultura inglese, anche quella calcistica". Più duro il commento del Daily Telegraph: "L'Inghilterra era stagnante. Al costo di sei milioni di sterline. Era tempo che Capello se ne andasse. Il lutto sarà breve, Capello non ha compreso la lingua e la psicologia inglese". "A Fab day for England" gioisce il Daily Mirror: il giorno di Fabio, ma anche "un giorno favoloso". "La caduta dell'imperatore Capello", titola il Times, secondo cui i giocatori non verseranno lacrime per le dimissioni del ct. E in effetti, se Rooney si è detto "mortificato" su Twitter, Rio Ferdinand si è limitato ad un semplice: "E ora?". Gli inglesi hanno già il nome del sostituto, all'unanimità: Harry Redknapp. Il manager del Tottenham è il candidato numero uno a prendere in mano la nazionale dei Tre Leoni ad Euro 2012. Ma se il Sun tuona "Vogliamo Redknapp", il Daily Mail si chiede "perché ora Redknapp dovrebbe lasciarsi coinvolgere in questo caos".

Le grandi rimonte del calcio inglese.

Una delle esperienze più adrenaliniche per un appassionato di calcio è sicuramente la rimonta. Rimettere in piedi (e magari vincere) partite fino ad un certo punto perse (spesso di larga misura), sentire montare la carica quando si riduce lo svantaggio, che poi si riduce ancora, e gli avversari sbandano, e poi arriva il pareggio, e tutto sembra possibile. Alcune di queste rimonte sono entrate a buon diritto nella storia, eccone una selezione senza pretese di esaustività.
1952/53 - Blackpool v. Bolton
Per i romantici è la rimonta per eccellenza, quella che consacrerà Stanley Matthews nell'Olimpo degli immortali del calcio. Il match, ancora oggi ricordato come 'The Matthews Final', è la finale di FA Cup fra Blackpool e Bolton. Eppure fino alle fasi finali dell'incontro è il Bolton a guidare, portandosi sul 3-1 e rischiando di infliggere a Matthews la 3° sconfitta in altrettante finali. Al 68°, tuttavia, il futuro Sir cambia marcia e serve a Mortensen la palla del 2-3. Il pareggio non arriva però che nei minuti finali, ancora sull'asse Matthews-Mortensen, autore di una tripletta. E non è ancora finita, perchè la magia del futuro Sir Stanley incanta ancora la retroguardia dei Trotters, incapace di fermarne la discesa che culmina con l'assist decisivo a Bill Perry: 4-3 al 92°, e Matthews entra nella storia.
1957/58 - Charlton v. Huddersfield
In quella stagione le due squadre, impegnate in Second Division, si incontrano ben quattro volte (due in campionato e due in FA Cup), ed è sempre spettacolo: 3-3 nel match di Huddersfield, 2-2 nel primo incontro di Coppa, che nel replay vedrà prevalere gli Addicks per 1-0. Quello che accade nel dicembre 1957 al The Valley, però, è assolutamente straordinario.
L'Huddersfield, all'epoca guidato da Bill Shankly, si era portato sul 5-1 quando mancava appena mezz'ora al termine. I padroni di casa erano inoltre ridotti in 10 per un infortunio, situazione non infrequente quando le sostituzioni non erano ancora ammesse. A quel punto accade l'impensabile: John Summers, ala degli Addicks, segna quattro volte e serve l'assist per il gol che ribalta il punteggio sul 6-5. Ma non è finita, perchè i Terriers reagiscono e trovano il 6-6, prima di inchinarsi definitivamente alla giornata di grazia di Summers, che all'ultimo minuto serve a Ryan l'assist dell'incredibile 7-6 finale.
1984/85 - QPR v. Partizan Belgrado
Coppa UEFA, secondo turno: il QPR aveva stravinto la gara d'andata al Loftus Road per 6-2. Pochi dubitavano che la trasferta jugoslava sarebbe stata solo una formalità.
E invece l'1-0 realizzato dal Partizan nei primi minuti rende tutto difficile. Al riposo i padroni di casa sono in vantaggio per 3-0, e con il QPR incapace di reagire completano la rimonta nella ripresa, chiudendo con un 4-0 che vale la qualificazione.
Nella stessa stagione i Rangers erano stati protagonisti di un'altra partita incredibile (contro il Newcastle in First Division), rimontando da 0-4 e poi 3-5 per pareggiare 5-5.
1997/98 - Leeds Unites v Derby County
I Rams si erano trovati clamorosamente in vantaggio per 3-0 grazie ai gol di Sturridge (2, oggi al Wolves) e Asanovic. Wallace aveva accorciato le distanze, e Kewell riaperto i giochi prima dell'intervallo. Nella ripresa, a 13 minuti dalla fine, il manager del Leeds, George Graham, azzecca la mossa e mette dentro Hasselbaink: l'olandese prima pareggia e poi, al 90° serve a Bowyer la palla dell'entusiasmante 4-3 finale.
2000/01 - Tranmere v. Southampton
Al Prenton Park si gioca il replay del 5° turno di FA Cup. Nel primo round, a Southampton, era finita 0-0, costringendo i Saints (guidati da Glen Hoddle) ad affrontare l'insidiosa trasferta sul campo dei Rovers, allora in Division One. Tutto sembra però mettersi al meglio quando Kalchoul, Tessem e Richards portano gli ospiti sul 3-0 prima dell'intervallo. Nel secondo tempo sale in cattedra una vecchia conoscenza, Paul Rideout, che realizza tre gol in 21 minuti, lasciando senza fiato e disorientati i Saints. L'impresa si perfeziona al minuto 83°, quando Stuart Barlow realizza il 4-3 e regala al Tranmere una clamorosa qualificazione ai quarti di finale.
2001/02 - Tottenham v. Man. United
Sette mesi dopo aver subito l'incredibile rimonta del Tranmere, Hoddle è alla guida del Tottenham che ospita lo United per un delicato match di Premiership. Al termine di un primo tempo da incubo (per gli ospiti), gli Spurs conducono 3-0, grazie ai gol di Richards, Ferdinand e Ziege. Nella ripresa inizia un'altra partita: Andy Cole accorcia le distanze in apertura, poi Blanc, Van Nistelrooy e Veron ribaltano il punteggio nel giro di 18 minuti. La ciliegina è di Beckham, che fissa il 5-3 finale, lasciando Hoddle a meditare su una delle prima giornate 'nere' passate al White Hart Lane.
di Giacomo Mallano

mercoledì 8 febbraio 2012

Stand by me – Ricordo di un’estate e di un calcio (inglese) che fu.

Correva l’anno…vabbè lasciamo stare l’anno, diciamo circa due decenni fa. Una Londra diversa, un calcio diverso, tifosi che non ci sono più, nel bene come nel male. Confesso di essere un tifoso dell’Arsenal e il motivo è presto spiegato: zia Lina e suo marito Miro abitano ad Highbury e sono ancora tifosi accaniti, anche se sedentari, vista l’età. Dunque si può dire che in quel borough centrale di Londra io da sempre sono di casa. Non era ancora l’Arsenal di Thierry Henry o quello di Dennis Bergkamp, ma i “Gunners” di Alan Smith erano pur sempre, negli anni ’80, una squadra in grado di rendere la vita difficile a chiunque. Come si direbbe a Roma, vincere a Highbury “non è stata mai una passeggiata per nessuno”. Ciò che in generale affascina del tifo inglese (e naturalmente non mi riferisco solamente al “mio” Arsenal) è anche ciò che spesso è presentato a tinte fosche e senza sfumature, sul piano mediatico. Impressiona la compattezza delle tifoserie e la capacità di dare supporto alla squadra cantando per 90 minuti a squarciagola (potenza della pinta di birra). Anche gli scontri tra opposte fazioni non erano mai gli stessi rispetto a quanto avveniva, sempre in quegli anni, in Italia. Ricordo perfettamente la prima partita dell’Arsenal che vidi all’Highbury Stadium: l’avversaria era il (allora) più blasonato Liverpool. Lo stadio aveva un parco antistante l’impianto di gioco, il punto d'arrivo di chi, in pieno agosto, vuole approfittare dei rari momenti di sole per prendere la cosiddetta “abbronzatura sostenibile”. Nella seconda metà degli anni ’80, gli atti di teppismo legati alle partite casalinghe dell’Arsenal avvenivano sempre lì e la polizia, i bobbies, ne erano perfettamente consapevoli. Vedere due tifoserie inglesi scontrarsi è come assistere alla cronaca in diretta di una battaglia campale, posso assicurarlo. Uno spettacolo di sicuro non edificante sul piano etico, ma tuttavia un qualcosa che somiglia a una strategia militare organizzata: agguati, irruzioni in massa, cariche individuali, ma sempre a mani nude, secondo un codice cavalleresco che non è mai venuto meno neppure nei momenti più cupi del calcio inglese. Fin qui tutto normale, se di normalità vogliamo parlare.
Poi, di regola, le due tifoserie organizzate entrano allo stadio in un apparente buon ordine, seguite dai tifosi comuni, i cosiddetti “cani sciolti” come me. Ricordo Arsenal-Liverpool come una partita bellissima, l’atmosfera, quella tipica del calcio inglese, con il rumore dei cori molto più affascinante e robusto del boato afono che si sente allo Stadio Olimpico (specialmente in quello ricostruito per Italia ’90). Lo “YEEEEEESSSS”, urlato dai supporters della squadra che ha appena segnato è un’esplosione di gioia contagiosa per chi nota tutti i dettagli di “una partita nella partita”. Purtroppo il Liverpool fa il colpaccio corsaro e con un perentorio 2-1 in terra di Highbury porta a casa i primi tre punti di un campionato alla sua giornata inaugurale.
“Adesso che l’Arsenal ha perso in casa, le due tifoserie si ammazzano veramente – penso io – meglio andare a casa prima possibile”. Cerco la via d’uscita per raggiungere zia Lina, che abita a pochi isolati dall’Highbury Stadium. Macché, non è possibile: la polizia ha deciso di far defluire prima il tifo organizzato e poi tutti gli altri. “Questi devono essere pazzi – dico un po’ preoccupato a uno spettatore italiano, anch’egli interessato alle gesta dei Gunners – ma non sarebbe più logico far sfollare prima i tifosi tranquilli e poi gestire con calma quelli più esagitati?”. Se si fosse trattato di tifosi italiani avrei avuto ragione: non avevo fatto i conti con un diverso modo di concepire il tifo. Insomma, al momento indicato dagli addetti ai lavori, esco dalla curva con aria un po’ circospetta e passo attraverso il verde di Highbury Park, evitando volutamente vicoli pericolosi e strade strette. È a quel punto che capisco tutto, malgrado all’inizio non riesca a credere ai miei occhi. I tifosi delle due squadre, dopo essersele date di santa ragione prima della partita, si godono insieme il sole pallido di una Londra caldissima ma nuvolosa e all together si recano al pub a bersi una birra. La battaglia è finita e le due opposte fazioni hanno smesso di combattersi, come due pugili dopo la fine dell’ultimo round. Naturalmente non va sempre così, ma in Inghilterra va anche così. In Italia, invece, la cultura della scazzottata (esecrabile quanto si vuole, ma almeno leale nei suoi fondamenti teorici) non c’è ed è per questo che fanno la loro triste comparsa ganci, catene e soprattutto coltelli. Nella Premier League, ma anche nelle categorie inferiori, un fallo laterale o un calcio d’angolo possono essere battuti tranquillamente, senza il timore di essere colpiti da monetine e altri oggetti contundenti. Da noi si scavano trincee e fossati degni di una guerra di posizione. Oggi anche il calcio inglese è cambiato: Scotland Yard ha messo a punto una strategia che ha messo in ginocchio gli hooligans violenti e le loro connessioni con la politica eversiva (in Italia siamo ancora lontanissimi da raggiungere obiettivi anche vagamente simili). Si va allo stadio come se si andasse a teatro. Gli steward ti accompagnano al tuo posto e i genitori portano i figli alla partita senza particolari timori. Tutto perfetto, ma è tutto stravolto. Non c’è più quell’atmosfera, quella passione, quel fermare il tempo delle tue sensazioni con una birra bevuta insieme all’acerrimo nemico, dopo. Anzi, non c’è più il nemico. E se il nemico non c’è, non esiste più neanche l’amico. È l’anima di ognuno di noi a selezionare ciò che è familiare da ciò che è alieno. Essere di una squadra piuttosto che di un’altra non è forse una scelta dell’anima? Ecco, è proprio questo il punto: in un calcio senz’anima come quello moderno, potresti essere di una squadra come di un’altra, indifferentemente. L’Emirates Stadium, che nel frattempo ha sostituito il vecchio Highbury, è una bomboniera. Ma una bomboniera non racchiude di per sé il senso di un matrimonio e, senza sentimenti, una bomboniera è soltanto un contenitore di confetti.
di Diego Mariottini (da UKFP n° 24 - ottobre 2008)

lunedì 6 febbraio 2012

Steve Archibald

“Steve Archibald”, vi dice qualcosa questo nome? Attaccante scozzese, bomber dalle eccellenti qualità. Ci siete arrivati? Avete rispolverato un po’ di ricordi? La maggior parte di voi, appassionata al calcio britannico, avrà sicuramente già ricordato. Beh, per chi non ricorda, è arrivata l’occasione di sapere e conoscere chi è, la storia di questo calciatore, ma soprattutto che cosa ha fatto Steve Archibald. Tracciamo, allora, un suo breve profilo: Steve Archibald, nato a Glasgow, in Scozia, il 27-09-1956, come abbiamo detto bomber di eccellenti qualità. Ma andiamo con ordine; Steve comincia la sua carriera agonistica nel Clyde, poi passa all’Aberdeen e nel 1980, a 24 anni, arriva al Tottenham Hotspur. Qui fa faville, sciorina le sue qualità di implacabile bomber e si laurea top scorer del campionato. Difatti nella stagione 1980-81 è capocannoniere del campionato inglese con 20 gol al pari di Peter White. Nelle due stagioni successive, 1982-83 e 1983-84, figura come miglior marcatore degli Spurs. Nell’agosto del 1984, dopo aver giocato 189 volte e segnato 78 gol con il Tottenham, il nostro fa il salto di qualità internazionale, passando nel glorioso club spagnolo del Barcellona. Qui, Steve Archibald, capisce che non può rimandare l’appuntamento con la storia, e decide di lasciare una traccia indelebile negli almanacchi e nelle statistiche del calcio internazionale. E, difatti, in un quarto di finale della Coppa dei Campioni stagione 1984-85 con un suo gol elimina la Signora del campionato italiano, si avete proprio capito bene: la Juventus. Ma lasciamo che a dipingere le gesta dello scozzese dall’andatura ciondolante siano le cronache del tempo: “gol dalla linea di fondo di testa, molto improbabile, ma decisamente prezioso perché butta fuori la Juventus dall’Europa in tempi non troppo lontani”. Non so a voi, ma per me quel “molto improbabile” ha un suono fantastico: come ho già detto, mi sa di appuntamento con la storia. Era destinato il nostro Steve Archibald a trovarsi nel posto giusto, al momento giusto. Dopo l’avventura spagnola fa ritorno in Scozia e precisamente all’Hibernian. E prima di appendere le scarpe al chiodo, lo vediamo svernare negli ultimi anni della sua carriera sportiva in Spagna nell’Espanyol di Barcellona, nel St. Mirren F.C. in Scozia, al Reading, di nuovo a Londra nel Fulham e in fine nell’Ayr United. Nella nazionale scozzese ha collezionato 27 partite e 4 gol, contro Ungheria, Irlanda del Nord e Nuova Zelanda. Oggi il nostro Steve Archibald fa l’allenatore: qualche anno fa all’East Fife, mentre lo scorsa stagione ha guidato la squadra statunitense dei Tampa Bay Mutiny. Credo che quest’attaccante scozzese, bianchiccio, dai capelli rossi e dall’andatura ciondolante non verrà dimenticato in fretta dal popolo juventino: fa parte, infatti, della ristretta cerchia di coloro che nel corso della carriera hanno castigato la vecchia signora. Ma si trova in buona compagnia insieme a Felix Magath, Johnny Rep, Kalle Riedle e a Predrag Mjiatovic.
di Giuseppe Granieri (da UKFP n° 7)

venerdì 3 febbraio 2012

The Italian Celts in trasferta ad Udine. (2°)

Arriviamo a Udine, passiamo davanti piazza 1 maggio e notiamo che è già piena dei tifosi del Celtic: Spaghetti apre il "portello" del pulmino in corsa e lascia partire con la sua voce possente l'urlo "C'mon the hoops!!" La piazza risponde con un'ovazione assolutamente meritata! Parcheggiamo il pulmino e arriviamo in piazza 1 maggio..c'è niente meno che il Papa a condurre i canti e i cori..ci aggreghiamo molto molto volentieri al clima di festa che poi prosegue per tutto il pomeriggio e per tutta la serata in piazza e allo stadio come ha benissimo raccontato Noel. Finisce la partita, aprono le gabbie e ci lasciano liberi..tutti tornano in centro una quindicina di noi invece vanno alla Cas'aupa un circolo Arci dove PaulRinaldi (ancora grazie grazie e grazie di tutto) ha organizzato un post partita per i tifosi italiani del Celtic. L'atmosfera è tranquilla..inizia a essere tardi e noi iniziamo a sentire la stanchezza..un pò di musica di sottofondo, qualche birra, alcune chiacchiere..conosciamo anche David, il figlio di Paul e una ragazza italiana che si aggira per il circolo barcollando..è un miracolo che non si sia fatta nulla.. A un certo punto si avvicina al nostro tavolo un tifoso dell'Udinese che ci saluta e dice che avremmo meritato noi di passare il turno: un pò stupito lo guardo e non capisco in pieno se sia serio oppure ci prenda in giro..in fondo l'Udinese nel secondo tempo ci ha messo sotto..Poi si spiega meglio: si lamenta del fatto che in curva dell'Udinese lo zoccolo duro è composto da anni dalle stesse 100 persone..poche, mentre l'ambiente fa fatica ad accendersi. E la squadra in questo momento lo meriterebbe in pieno. Diverso, invece, il discorso per il Celtic..ha un grande seguito, tifosi appassionati nella buona e nella cattiva sorte e per questo avrebbe meritato di passare il turno..sull'aspetto del tifo non possiamo che essere d'accordo con lui e poco qualche minuto ci salutiamo augurandogli che si l'Udinese a vincere l'Europa League. Il locale si svuota..rimaniamo io, Ghido BillyElliot e Pier: i due ragazzi che hanno gestito la serata si offrono di darci un passaggio in stazione..aspettiamo che finiscano di pulire, più dormienti che svegli sui divanetti e poi per le 3.45 siamo in stazione. Ci sono ancora alcuni tifosi scozzesi che aspettano un treno per Venezia con il dubbio che ci sia o meno a causa dello sciopero..due chiacchiere e poi ci sistemiamo per terra a riposare un pò..Si fanno le 5.15, il treno è sul binario..saliamo e ci addormentiamo..sveglia direttamente a Milano.. Trasferta finita..un'altra magica giornata con la splendida famiglia Celtic..
HH The Celts are here..
di Giuseppe Maiorana

mercoledì 1 febbraio 2012

Bristol Rovers. Watney Cup final 1972.

Ho sempre pensato che chi si innamora del calcio inglese o britannico più in generale, lo fa anche e sopratutto per dei particolari che, a chiunque altro, sfuggirebbero, o nella più probabile delle ipotesi trascurerebbe ritenendoli privi di importanza. Si, perché esiste un sottobosco assolutamente curioso nel panorama inglese che ogni tanto riemerge dai cassetti della memoria, o meno metaforicamente dai miei veri cassetti, stracolmi di libri, almanacchi, appunti, fogli quasi ingialliti e altre amenità. Certo, non si può ricordare tutto, come è altrettanto difficile conservare tutto. E probabilmente non è neppure necessario o desiderabile. La memoria poi è un meccanismo selettivo. Decide da sola cosa abbandonare, lasciandoci il compito ingrato di capire il perché. A posteriori. Altre volte rimane un segno su un vecchio giornale , un risultato scarabocchiato, una foto ritagliata con cura. Io conservo gelosamente tutto ciò che ho raccolto sul football d'oltremanica. E quando mi rituffo nella mia collezione ho come la sensazione che alle volte certi ritagli di giornale difficilissimi da conservare a causa del rapido deterioramento della cellulosa moderna, abbiano verso di me una sorta di aspirazione, di anelito, come il soffio d'aria provocato dal passaggio di un fantasma che desidera farsi notare. Ed eccolo il dettaglio di cui parlavo in partenza. Quello per cui il british football mi ha stregato per sempre. Piccole pozioni magiche versate in un ampolla già efficiente per storia e tradizione. Doni delicati e inaspettati che una donna elegante decide di regalare affinché non venga scordata dai suoi amanti più intraprendenti. E allora mi è capitato di tirare fuori un vecchio annuale acquistato in un emporio di Bayswater una ventina di anni fa e scorrendo le pagine, (che dopo innumerevoli consultazioni hanno assunto la forma di una piccola fisarmonica), mi cade l'occhio sulla Watney Cup. Per la precisione Watney Cup final 1972. Uno dei rari trofei nella bacheca del Bristol Rovers F.C. I pirati di Bristol. Appellativo in tributo alla secolare importanza del mare e del commercio marittimo per la città. Una coppa conquistata in un soleggiato pomeriggio d'agosto contro lo Sheffield United. Ma qualcuno a questo punto potrebbe giustamente storcere il naso, e chiedersi con aria interrogativa che cosa mai fosse questa Watney Cup. Sarei tentato di rispondere al volo come un tiro del centravanti di quell'anno dei Rovers, John Rudge, che la Watney Cup è il “dettaglio”, ma andiamo con ordine. Con calma. Con la giusta pazienza ci arriviamo. Torniamo allora al 1972. Bristol. Una città inglese, ma dove si avverte forte il battito fedele del drago gallese. Dove scorre placidamente l' Avon a segnare tradizionalmente la frontiera tra le contee del Gloucestershire e del Somerset. Dove l'Atlantico si insinua con un canale a cui Bristol ha regalato il nome. Eastville è un sobborgo poco più a nord della città. Fabbriche, un parco, il fiume Frome e un autostrada la (M-32) che per larghi tratti ne segue il corso. A Eastville c'era lo stadio dei Bristol Rovers costruito nel 1897. Non il classico stadio all'inglese. Non l'impianto con la marea umana del pubblico che ondeggia paurosamente a ridosso del terreno di gioco. Ad Eastville c'erano le aiuole alle spalle delle due porte. Ad Eastville c'era una pista che correva intorno al rettangolo verde dove levrieri velocissimi si sfidavano decidendo le sorti di tenaci e rubizzi scommettitori. Ad Eastiville c'era una gradinata denominata Tote End, covo dei tifosi locali, che sin dalla sua realizzazione datata 1935 l'avevano subito ribattezzata “The Tote”. E se il vento tirava dalla parte giusta ad Eastville stadium si diffondeva un discreto odore di gas dalle vicine officine, al punto che i rivali cittadini del Bristol City non tardarono molto ad appellare quelli dei Rovers come “Gasheads”. Doveva essere naturalmente un nomignolo dispregiativo, in realtà con il passare del tempo acquistò un valore di riconoscimento e orgoglio. La Watney invece era una marca di birra. Di gran carattere e dalla schiuma solida. L'abbinamento con la coppa nasce nel 1970 quando la federazione inglese decide di organizzare un torneo prestagionale riservato alle squadre delle quattro serie professionistiche che nella stagione precedente avevano segnato il maggior numero di reti. Venivano escluse dalla manifestazione il club campione d'Inghilterra, quelli promossi nella categoria superiore, e quelli che si erano qualificati per le competizioni europee. In totale otto squadre. Due per ogni divisione. Quella del 1972 era la terza edizione, dopo quelle del 1970 vinta dal Derby County, e quella del 1971 conquistata dal Colchester United. Vi avrebbero partecipato lo Sheffield United e il Wolverhampton per la First Division, il Blackpool e il Burnley per la Second, il Bristol Rovers e il Notts County per la Third, e infine il Lincoln City e il Peterborough per la Fourth. Il primo atto si svolge il 29 luglio con lo svolgimento dei quarti di finali che vedono il Bristol Rovers battere 2-0 i Wolves, il Lincoln cedere in casa al Burnley 0-1, il Notts County travolto fra le mure amiche 0-3 dallo Sheffield United e il Peterborough prevalere ai tiri dal dischetto contro il Blackpool dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi sulli 0-0. Tre giorni dopo è già tempo di semifinali che vedono i pirati “saccheggiare” Turf moor con un secco 2-0 al Burnley, e le Blades di Sheffield imporsi ancora in trasferta 4-0 sul terreno del Peterborough. Queste sarebbero state quindi le squadre che si sarebbero disputate la finale il 5 di agosto all' Eastville Stadium. Quello era il Bristol Rovers di manager Don Megson, di capitan Stuart Taylor, del portiere Dick Sheppard e della sua maglia verde priva di numero, del roccioso terzino Phil Roberts, degli alfieri del centrocampo Wayne Jones e Harold Jarman, della coppia d'attacco Bobby Jones e John Rudge. Era un Bristol dalla sobria maglia blu su pantaloncini bianchi, che però dall'anno successivo avrebbe re indossato ancora una volta la suggestiva divisa a scacchi che tutt'oggi mantiene. Non c'erano i 38472 tifosi presenti nel 1960 quando i rovers sfidarono il PNE nel quinto turno della FA Cup, ma lo stadio presentava comunque uno splendido colpo d'occhio. I novanta minuti produssero poche emozioni e poche occasioni da reti, e allora il match avrebbe dovuto essere deciso dagli undici metri. La litania dal dischetto andò avanti fino al settimo rigore, quando dopo la rete del Bristol Rovers, Dick Sheppard bloccò a terra la sfera regalando ai pirati la Watney Cup. Le scene d'esultanza del dopo partita sono degne di una vittoria di ben altri ambiti, ci sarà addirittura un invasione di campo, e Sheppard portato in trionfo. Si canta “Irene, Goodnight Irene, Irene Goodnight, Godnight Irene Goodnight Irene, I'll see you in my dreams...” Ma Quella volta non c'era da irridere nessun tifoso del Plymouth Argyle, quella volta c'era da festeggiare quella che per ora resta l'unica coppa di un certo livello in vetrina. Oggi i rovers giocano le loro partite interne al Memorial Ground dopo che nel 1986 il vecchio “The Ville” fu abbandonato per problemi finanziari. Lo stadio attuale viene diviso con la locale squadra di rugby nell'attesa dell' nuovo “UWE Stadium”.
di Simone Galeotti