Parte tutto una mattina nella quale vestendomi in maniera appena decente porto a scuola i panni da tifoso del Celtic dentro uno zaino in sala professori. Nel casino generale, passa inosservato. Faccio la mia oretta di intrattenimento in spagnolo e vado via, fiondandomi alla stazione. Dopo varie peripezie ferroviarie arrivo a Cologno Nord, dove riconosco il buon Pierpiter. Arrivano Billy Elliott, McGiro e la (per me) new entry Spaghetti Bhoy. Dopo l'incontro col pulmino dei lecchesi, nei quali si nascondono Giuseppe25 e i suoi nordici amici, questi ultimi scompaiono a tutta velocità schiacciando a tavoletta sull'autostrada. McGiro sorpassa, va a 130 fisso, ma il pulmino non si vede. Passa Bergamo, Brescia, Verona, e ci viene anche il dubbio d'averli superati. Li ribecchiamo solo a pochi metri da Tesina Est, orrido autogrill dove il commesso non capisce le ordinazioni ("un panino al prosciutto e formaggio" "non ne ho" "quello là" indico "ah, allora un camogli" - come se il camogli non fosse un panino prosciutto e formaggio). Consumato il frugale pasto nel tentativo di spegnere un orsetto dell'autogrill che suona la musichetta di "if you hate the f****n' R*****s clap your hands" - bello i primi due minuti, dopo 10 consuma i cabasisi - e non riuscendoci, andiamo in testa alla volta di Udine. In piazza Primo Maggio il Friuli cede il passo all'atmosfera tipica di Gallowgate (birra in mano, sdentati in giro, cori della Green Brigade, gente che cade a rallentatore come d'autunno sugli alberi le foglie). Per un tifoso del Celtic, il paradiso in terra - o il Paradise in Friuli che dir si voglia. E la festa continua. Prendiamo la navetta che dalla piazza va allo stadio in mezzo ai cori dei nostri omologhi scozzesi, non senza aver fatto conoscenza di un paio di elementi davvero meritevoli (tra i quali uno dei capi della Green Brigade, età apparente anni 15 e colui che ho soprannominato Bambacione, un tizio con la faccia pienotta e col cappello di Babbo Natale che millanta di avere a disposizione sei biglietti a partita essendo abbonato a Celtic Park). Entriamo allo stadio, e alzati sui seggiolini comincia la partita. Noi siamo proprio sopra la Green Brigade a dare una mano coi cori. Ci sono rappresentanze di cosentini, livornesi, veneziani, tifosi dell'Athletic Bilbao e chissà quanti altri cui non ho fatto caso. La nostra bandiera, portata come sempre da Ghido, è appesa fuori, sotto la sud udinese da noi occupata, in mezzo ai tricolori irlandesi degli scozzesi. Sulla partita, poco da dire. Non ho mai cantato così tanto in vita mia, quello sì. Una botta di gioia immensa al gol di Hooper, gente che chiede scherzosamente "quanto manca?" e che grida "fischiaaa!", e il gelo quando sentiamo per la prima volta il Friuli esultare al gol di Di Natale. Il resto è sfiga, scusate il termine. Una palla che gira vicino alla linea di porta dopo aver colpito Handanovic e il palo e che viene recuperata dal bravo portiere sloveno è un pò l'emblema della partita del Celtic, sfortunato contro un'Udinese davvero in palla. Ma ci sta, la mancata qualificazione. We don't care if we win, lose or draw, si canta. Ed è vero. Noi siamo orgogliosi di tifare Celtic, e poco importa chi passa, specie se è uno squadrone come i bianconeri friulani. Siamo usciti a testa alta. Personalmente, va benissimo anche così, ci possiamo concentrare di più sul campionato. Finisce la partita, dopo essere stati tenuti dentro lo stadio un tempo incredibilmente lungo, io e McGiro, spossati dal viaggio e dal freddo decidiamo di tornare in albergo, così come gli amici di Barga. E qui le storie divergono, e ci vorrà qualcuno che racconti della festa organizzata da Paul, che noi ringraziamo infinitamente ancora per aver chiesto i biglietti alla società. Per me e McGiro posso raccontare che, scesi dalla navetta ci guardiamo intorno, alla ricerca di piazza 1°Maggio. Che non c'è. Guardiamo in giro e vediamo molta polizia, la biglietteria, tifosi scozzesi che sono spersi come noi e poco altro. Siamo in stazione. Decidiamo di prendere un taxi: ce ne fosse anche solo uno lo si prenderebbe, ma non c'è. E qui entra in scena la connessione internet sul cellulare. Troviamo il numero e chiamiamo la compagnia dei taxi di Udine, che ci risponde che tutti i taxi sono allo stadio a fare il carico di altri tifosi spersi che sono rimasti a piedi, di aspettare in stazione. Ma al centralino hanno il riscaldamento, qui fuori no, suppongo. Decidiamo allora d'andare a piedi. Google maps fa il suo bel calcolo, sono 2,7 km, 38 minuti di strada. Gelo. Una parte di me vorrebbe stendersi sul marciapiede della stazione, ho mal di testa e nessuna voglia di camminare, e allora camminiamo ancora più veloce per il centro semideserto di Udine. Arriviamo al B&B all'una meno un quarto, e non facciamo in tempo nemmeno a spegnere la luce che già dormiamo come dei sassi. E in tutto ciò penso una cosa: ma quale degli scozzesi sarà tornato a casa in TRENO a mezzanotte – mezzanotte e dieci? Rimango con questo dubbio e con la certezza d'aver portato il mio mattoncino di colore alla curva degli hoops. Chi se ne frega se si vince, si perde, si passa, non si passa. L'importante è la passione, l'appartenenza a qualcosa. Non ero solo là per il Celtic in sè, ma per la gente del Celtic. Un'umanità che ti conosce anche se non ti conosce, che ti regala birre e spille senza davvero sapere chi sei, per la quale anche se sei quanto di più lontano culturalmente ci sia da uno scozzese-irlandese la prossima volta che vai a Glasgow sarai invitato nel loro settore. Dice un proverbio irlandese che uno sconosciuto è solo un amico che ancora non conosci, e alle volte, in mezzo a quella gente, mi viene da pensare che sia davvero così.
di Fabio Rinaldi

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