venerdì 30 dicembre 2011

Sapete chi era Ken Baily?

Lo sapete che era molto tempo che volevo dedicare un pezzo ad una figura indimenticabile del nostro caro football del passato. Io lo scoprii per la prima volta (anche questo...) grazie al Subbuteo. Eh si, perchè tra gli accessori c'era una miniatura, un tifoso vestito come John Bull, la "maschera" simbolo della GB, giacca rossa con le code, un gilet con i colori della Union Flag, cilindro ed una "rattle" in mano. E sulla confezione del "5 a side" in miniatura, il "Subbuteo Football Express" compariva in un angolo il suo ritratto sorridente ed un fumetto applicato sopra la sua testa, o meglio sopra al suo cilindro, riportava una frase dove questo anziano e sorridente signore consigliava questa variante di table soccer in quanto, nuova, veloce, eccezionale! Ecco, qui scoprii per la prima volta che il suo nome era Ken Baily ed era la mascot "ufficiale" della nazionale.Più avanti, quando mi giunse per Natale quella bibbia di immagini e testi che era "La tribù del calcio" scoprii altri dettagli su questo signore che compariva ovunque fossero impegnati i 3 Lions, da Wembley alle più fredde località oltre Cortina, fino in Messico per i mondiali del 70. Nato a Boscombe il sobborgo di Bournemouth che dava il nome alle Cherries fino ai primi 70s quando il club passò appunto dal chiamarsi Bournemouth & Boscombe Athletic a AFC Bournemouth.Nella vita di tutti i giorni era un normalissimo impiegato statale, con un elevato amore verso la propria Patria e verso il football, fu anche consigliere locale del Partito Conservatore. Poi il sabato eccolo trasformarsi in una figura che anticipava di quasi 50 anni le moderne mascots che imperversano in tutti i campi britannici da qualche tempo. Agghindato con i colori del suo local club intratteneva i bambini ed i più grandi all'interno del Dean Court prima e durante il match, poi intorno alla metà dei 60s decise di fare il grande passo.Inizia a presentarsi a tutte le partite casalinghe della nazionale, le prime volte accede alle gradinate di Wembley come un normalissimo tifoso se non fosse per il completo da John Bull, un'immancabile coccarda appuntata sul bavero della giacca rossa, la rattle nella mano destra ed un'insegna dei three Lions nell'altra. Inizia a divenire un personaggio, la TV gli dedica qualche servizio, i giornali ne parlano, i tifosi si fanno fotografare con Mr Baily. La F.A. incomincia a ritenerlo una sorta di portafortuna, non gli negherà mai un biglietto per Wembley e per le trasferte della nazionale, lui non chiederà mai nulla, la sua massima soddisfazione è di essere invitato negli spogliatoi o al party post partita o che Match of the day o altre trasmissioni sportive gli dedichino qualche minuto di notorietà.Se solo fosse vissuto fino ai nostri giorni (Baily è mancato alcuni anni fa) sarebbe rimasto sorpreso di quanto possa rendere al giorno d'oggi lo sfruttamento dell'immagine. Pensate un pò cosa avrebbe potuto chiedere alla Subbuteo per averlo riprodotto a livello di miniatura...Se poi pensiamo che per England - Portugal del dicembre 69 la Subbuteo omaggiò tutti coloro che acquistavano il programma, con la sua miniatura (ne furono prodotte quindi 100.000...questo era infatti di norma la tiratura di official programmes per le gare interne della nazionale!!!) potremmo dire che la fama di Baily era alla pari dei giocatori, se non maggiore...Un unico neo offuscò l'immagine di Ken; fu sospettato di reati legati alla pedofilia, cosa che però non ebbe mai seguito nè sfociò in condanne, lui si difese sostenendo che le malelingue lo vedevano sempre circondato da ragazzini, ma lui voleva solo procurare loro divertimento ed intrattenimento. (foto del programme matchday 1969 England v Portugal )

mercoledì 28 dicembre 2011

Come on Fulham, ovvero innamorarsi a 43 anni.

A 13 anni sono andato a vedere la mia prima partita di calcio in uno stadio vero, in Italia, avevo il cuore in gola quando i giocatori della mia squadra del cuore entrarono in campo. A distanza di trent’anni non avrei mai pensato di provare la stessa emozione, forse anche piu’ forte, in un altro Paese. Complice il Fulham: maglia bianca e pantaloncini neri, perennemente in lotta nel fondo della classifica di Premiership, squadra capace di perdere banalmente ma anche di lottare strenuamente fino ai minuti di recupero e di fare clamorosi sgambetti alle grandi: la stagione scorsa tocco’ al Chelsea, quest’anno e’ toccato all’Arsenal. Ma soprattutto societa’ che si coinvolge nella vita di quello che in Italia chiameremmo quartiere e a Londra chiamano Borough. Organizzano feste per le famiglie, tornei e corsi di calcio giovanile e amatoriale, promuovono anche altri sport dal cricket al canottaggio.Yes. Tre anni fa mi trasferii a Londra, a Putney per l’esattezza. Piu’ di recente mi sono stabilito a Fulham, in una schiera vittoriana a due passi dal Craven Cottage, un pezzo di storia del football britannico. All’inizio ho annusato il club a distanza. Letteralmente annusato per il profumo di salsicce, fish & chips, birra e cottage pie che arriva fino a casa ad annunciare l’avvicinarsi del calcio di inizio. Poi, nelle giornate ventose, ho scoperto che gli inglesi non urlano “gol” quando segna la loro squadra ma un liberatorio “yeah” il cui eco entra nel mio studio a distogliermi dal lavoro al computer. L’attrazione si e’ fatta irresistibile.Il Cottage. La prima volta sono andato nella scorsa stagione nella Riverside Stand, con terrazza sul Tamigi, contro l’Arsenal, sconfitta secca e un grande Henry. Poi e’ stato Fulham-Charlton. E, all’avvio della stagione successiva, Sheffield United e il derby col Chelsea. Adesso sono un ospite fisso della John Haynes stand, la tribuna opposta a quella sul fiume che mi piace molto di piu’ perche’, oltre al sapore di antico dei sedili in legno e della struttura che sembra il tetto di un’antica stazione ferroviaria rappresenta il cuore del tifo, insieme alla Hammersmith end.La magia. Non vorrei annoiarvi con le cose che gia’ altri amici brillantemente raccontano su questa bella fanzine. Ma come non notare la diversa atmosfera di una partita di calcio inglese? Innanzi tutto si e’ praticamente in campo, senza rete, senza pista di atletica, con giocatori che spesso amano dialogare col pubblico sorridendo e andando a stringere la mano agli spettatori in prima fila. Prima della gara gli altoparlanti fanno gli auguri di compleanno ai tifosi su segnalazione degli amici, i ragazzini delle giovanili fanno festa intorno alla mascotte Billy the Badger, la maschera del tasso dai colori bianconeri. Sabato 21 aprile nella gara decisiva contro i Blackburn Rovers i Cottagers sono entrati in campo tenendo per mano i ragazzini con la sindrome di down di un gruppo sportivo che promuove lo sport fra i bambini disabili. Dietro la Putney End c’e’ Bishops park dove, prima della partita, gli allenatori delle giovanili del Fulham montano porte smontabili per intrattere con giochi e mini-sfide i giovanissimi dello Sports Community Trust. Quando i Whites, poco prima del kick-off, si sono stretti in cerchio abbracciandosi gli uni sugli altri come giocatori di rugby i tifosi sono esplosi in un coro ancora piu’ intenso: “When the Whites go playing in, when the Whites go playing in; Lord, how I want to be at the Cottage, when the Whites go playing in”Il tifo. Gia’, perche’ il divieto di portare allo stadio fumogeni, tamburi e perfino aste di bandiere non significa che il tifo sia tiepido. Tutt’altro. I cori sono incessanti ma quel che piu’ colpisce, rispetto all’Italia e che il tifo cresce proprio nei momenti difficili, dopo aver incassato un gol ancor di piu’ che dopo averlo fatto. Non ci sono i capi degli ultra’ ma il canto puo’ partire spontaneamente da 4 o 5 zone calde degli spalti per coinvolgere gli altri. Alla partita si va con indosso i colori della squadra, in genere la maglietta talvolta col nome del giocatore del cuore (Mc Bride, Bullard, Rosenior, l’italiano Montella) altre volte col proprio nome.La grinta. I giocatori rispondono con una grande grinta. Ho visto lo stopper Pearce restare in campo dopo un serio infortunio alla caviglia (il coach aveva gia’ utilizzato le tre sostituzioni) e segnare nei minuti di recupero il gol del pareggio col Portsmouth per poi crollare definitivamente a terra. Il Fulham puo’ stare anche sotto di due reti ma non smette mai di combattere e questo vale per tutte le altre squadre che io ho visto giocare.E la violenza? Intanto l’estrema efficienza delle riprese a circuito chiuso si sposa con la legge che permette l’arresto non solo in flagranza di reato, ma anche dopo le settimane necessarie allo sbobinamento delle prove tv. Ma altre due sono le chiavi del successo della serenita’ allo stadio. Primo la sicurezza gestita dalle stesse societa’ con proprio personale che effettivamente non stacca gli occhi dal pubblico. E’ gente che non sta li’ a godersi lo spettacolo. Se uno azzarda una invasione di campo – rarissimo - viene consegnato a un poliziotto e quindi arrestato. Se uno tira in campo anche solo un foglio di giornale viene portato fuori dallo stadio e rischia l’arresto. Ma il secondo, decisivo punto, e’ quello della prevenzione con la pacifica conquista degli stadi da parte delle famiglie. Interi pullman pieni di scolaresche o gruppi sportivi giovanili vengono scaricati allo stadio mentre i biglietti per una famiglia di 4 persone costano meno che per 2 adulti da soli. Attenzione e tatto vengono dedicati agli spettatori disabili in ogni parte del campo. Neanche una bottiglia con tappo puo’ entrare nello stadio dove il tasso alcolico si alza col passare dei minuti ma il tutto resta sotto controllo. I pub nei dintorni si dividono fra quelli a uso e consumo dei tifosi locali (con tanto di controllo di tessera) e quelli riservati agli ospiti per, diciamo cosi’, non indurre in tentazione. Le partite “calde” non si giocano di notte o alle 15 ma alle 12.45 in modo da facilitare il lavoro delle forze dell’ordine. I posti sono tutti numerati e i sedili hanno lo schienale in modo da rendere difficile spostarsi da una fila all’altra di una gradinata.In famiglia? Mio figlio Francesco gioca nel “Community Trust” del Fulham ma tifa Chelsea, come tutti i maschietti ammira i vincenti, forse dopo gli “anta” apprezzera’ di piu’ chi soffre! Comunque sono riuscito a strappargli il tifo per il Fulham (“quando non gioca contro i blu”), mia figlia Chiara tifa Fulham in quanto local team ma la vedo poco interessata al momento. Il fatto e’ che i bambini di oggi hanno la playstation e novanta minuti piu’ il pre-partita piu’ l’intervallo sono un tempo ancora lungo rispetto alla loro attenzione, pur esecitando l’hot dog gigante tipico del Cottage (lo fanno con una intera baguette) un suo forte richiamo. La piu’ grande conquista l’ho fatta con mia moglie Nicoletta, mai venuta allo stadio in Italia, qui mi accompagna e si diverte, coronando un mio sogno che ormai pensavo non si sarebbe mai piu’ realizzato.Fingers crossed, Lawrie. Infine una notazione che interessa tutti gli amanti del calcio britannico. Proprio in aprile il coach del Fulham Chris Coleman detto Cookie che non vinceva da gennaio ha perso il posto e in panchina e’ subentrato il gigante Lawrie Sanchez, CT dell’Irlanda del Nord che ha impressionato anche contro grandi come Spagna e Inghilterra. Nel finale di campionato, col Fulham ancora in pericolo e un calendario sulla carta proibitivo, noi cottagers confidiamo che Sanchez ripeti il suo exploit da giocatore quando segno’ il gol che regalo’ al Wimbledon la FA cup contro il blasonatissimo Liverpool.
di Gianluca Zucchelli,
giornalista e consulente marketing, dopo 20 anni di giornalismo in Italia col gruppo l’Espresso mi sono trasferito a Londra dove sono direttore associato dell’Italian Film Festival UK, consulente marketing nel campo dell’editoria e dei media, lavoro come freelance per Grazia, Men’s Health, La Repubblica, Il Foglio.
già pubblicato su UKFP n° 19

lunedì 26 dicembre 2011

The half decent football magazine..

Gli anni ’80 sono stati la fase inziale, la nascita delle fanzine in Gran Bretagna, queste erano nate per reagire in qualche modo al comportamento dei media sempre troppo asservista verso i club e le loro dirigenze e contro i tifosi, rei ai tempi della violenza dilagante nell’intero paese ma soprattutto intorno al mondo football. Il tifosi reagirono nell’ unico modo possibile, far sentire la propria voce, con le fanzine. Ad inizio degli anni ’90 erano state censite circa 250 fanzine indipendenti ed autofinanziate dagli stessi tifosi che vi partecipavano con contributi (un po’ come la nostra UK Football, Please). In UK la vendita delle fanzine avveniva ed avviene tutt’ora sopratutto nei dintorni degli stadi nei pre-partita, ma non solo, potevate trovare una vasta scelta di fanzine in negozi di editoria sportiva come lo era Sportpages famoso negozio di Londra e Manchester che piu’ volte abbiamo menzionato nella nostra su UKFP, che da qualche mese ha chiuso i battenti - purtroppo – inoltre con abbonamenti postali ed oggi anche in alcuni shop delle squadre. Nella maggior parte dei casi le fanzine rimangono a livello amatoriale sia per il contenuto che per quello grafico, non hanno redazioni e quasi sempre un solo Editor (al massimo due) che provvedono a raccogliere il materiale per impaginare il numero. Lo stesso Editor si avvale quasi sempre di un gruppo d’amici o conoscenti senza che gli stessi possano rappresentare Club o Associazioni, questi “collaboratori “ sono linfa vitale per tutte le fanzine, i loro scritti sono sempre accompagnati ad inizio o fine pagina in ogni numero con un testo che dice “Gli articoli e le lettere rappresentano le opinioni dei singoli e non riflettono necessariamente quelle degli Editors”.Antesignano delle fanzine in Inghilterra sicuramente è stato FOUL, un periodico indipendente che usciva dal 1972 al 1976, scritto da un gruppo di studenti della Cambridge University che volevano fare una critica radicale verso tutto il sistema del calcio inglese che ai tempi - per loro - era ritenuto troppo noioso e mal gestito. Nella maggior parte dei casi le fanzine si occupano di una singola squadra, ma ci sono fanzine come “When Saturday Comes” che ha sempre trattato calcio in generale, nata nel marzo del 1986 e venduta al prezzo di 15 pence, gia’ nel 1990 aveva una tiratura di ben 40.000 copie in tutta la Gran Bretagna. Questa voleva essere un punto di raccordo tra tutti i fans del paese, una rivista scritta da tifosi per i tifosi, scontenti soprattutto dalle riviste e dai programmes matchday’s che erano fatti dalle societa’ e che non sempre rispecchiavano la realta’ che gli stessi tifosi vivevano. Pubblicata a Londra, dopo pochissimi numeri come uscita trimestrale divento’ mensile, naturalmente nei primi numeri la grafica lasciava a desiderare e gli stessi articoli erano scritti con la macchina, fotocopiati e ciclostilati senza troppa cura della qualita’ grafica, ma con il tempo a questo si rimedio’ subito con una eccellente veste tipografica che ancora oggi ne fa’ la fanzine per eccellenza anche se sembra piu’ un magazine. Fondatori del WSC sono stati Mike Ticher e Andy Lyons che si occupavano della fanzine nei ritagli di tempo che il loro lavoro gli permetteva, ambedue lavoravano in un negozio di dischi a tempo pieno. Oggi Ticher e Lyons sono a capo di una redazione con vari redattori professionisti. Secondo fonti ufficiali negli ultimi anni un tifoso su due in Inghilterra e Scozia, acquistano una fanzine preferendola addirittura all’istituzionale programmes.
di Max Troiani (da UKFP n° 16) il sito: http://www.wsc.co.uk/

venerdì 23 dicembre 2011

L'ultima volta dei Wolves!

Il primo trofeo della stagione 1979/80 assegnato fu la League Cup a Wembley, come al solito da 20 anni al 1980, tanti sono dalla fondazione della coppa minore inglese. Il 15 marzo 1980 s'incontrano il grande Nottingham Forest (già vincitore delle due edizioni precedenti) campione d'Europa e meraviglia di Brian Clough ed il Wolverhampton di Barnwell con mister "2 miliardi" Andy Gray in attacco, che al '65 minuto segnava il goal risolutivo, cross dalla sinistra, Needham e Shilton del Nottingham vanno a "farfalle" e lo scozzese da due passi insacca senza nessun problema. Goal partita e coppa a casa per la squadra delle Midlands, 6 anni dopo l'ultima vittoria nella stessa coppa e ben 20 dall'ultima vittoria in F.A. Cup. La formazione scesa in campo per i Wolves era questa: Bradshaw, Palmer, Parkin, Daniel, Berry, Hughes, Carr, Hibbitt, Gray, Richard e Eves. La vittoria della League Cup fu anche il coronamento di una stagione brillante per gli "Old Gold", il manager John Barnwell, ex del Petersborough, costrui in estate una squadra omogenea chiedendo al Chairman Harry Marshall il sacrificio economico per prendere Andy Gray dall'Aston Villa per 1.460.000 sterline e ripescando Emily Hughes dal Liverpool, ritenuto da molti oramai sul viale del tramonto. Il Wolverhampton in campionato quell'anno si tolse parecchie soddisfazioni classificandosi al 6° posto.

mercoledì 21 dicembre 2011

Stadia: Gli stadi della Merseyside.

Questa volta cercherò di accompagnarvi in uno stadium tour della Merseyside e ho incluso in questo viaggio gli stadi di Everton, Liverpool, Tranmere Rovers e Southport. Per rispetto alla più anziana delle big iniziamo da Goodison Park casa dell’ Everton. L’arrivo dei Toffeemen a Goodison Park combacia con la nascita del Liverpool F.C., ovvero il 1892. Sino ad allora infatti l’Everton aveva giocato le sue gare casalinghe per otto anni niente meno che ad Anfield Road, il ground che diventerà sinonimo di di Liverpool F.C. Qui aveva anche vinto il suo primo titolo nella stagione 1890/91 ma, quando il proprietario del terreno di Anfield Road decise, con l’avvicinarsi della nuova regular season di aumentare di più del doppio l’affitto, l’Everton salutò e partì per trovare una nuova casa, che troverà a poche yards di distanza semplicemente attraverso Stanley Park, che tutt’ora divide i due impianti. In tempo per l’inizio del nuovo campionato vennero erette tre tribune di cui una coperta, portando Goodison Park ad un buono standard qualitativo tanto che qui si disputò la finale di F.A. Cup del 1894 tra Notts County e Bolton Wanderers. Solo nel 1907 venne costruito il quarto stand, quello verso Stanley park. Nel 1926 una tribuna di due piani sostituirà quella in legno datata 1895 su Bullens road. Nel 1938 per celebrare l’ultimazione del nuovo stand su Gwladys Street, giunse in visita re Giorgio VI ma dopo pochi anni i bombardamenti tedeschi danneggiarono seriamente l’intera struttura. Goodison Park riuscì almeno a ricevere un indennizzo al termine del conflitto mondiale, cosa che non accadde per tutti gli stadi inglesi bombardati. Da ricordare che la casa dei Blues fu scelta per ospitare tre partite dei mondiali del 1966 più il sensazionale quarto di finale tra Portogallo e Corea oltre alla semifinale tra Germania Ovest e URSS. Goodison Park fu uno dei pochi stadi a non avere grossi problemi con il Taylor Report; infatti sin dal 1993 il 90% dei posti era già tutto a sedere. Da segnalare che proprio le due tribune principali che si trovano lungo le linee laterali furono opera del già citato (Fanzine n.1) Arch. Leitch il quale “firmò” il progetto con la sua classica balconata a disegni diagonali ed incrociati. L’attuale capienza è di 38500 posti contro i 60000 ancora disponibili all’inizio degli anni ’70 mentre il record di presenza risale ad un local derby contro i Reds nel 1948: 78299 spettatori!!!Attraversiamo quindi Stanley Park, passiamo intorno al suo laghetto e dopo una salutare passeggiata nel verde eccoci di fronte l’altrettanto imponente spettacolo di Anfield che risulta però ben differente da quel che era l’originale. Il main stand fu eretto nel 1895 e qui rimase sino ai primi anni 70. Si trattava di una splendida struttura in legno e ferro battuto dominata da un meraviglioso padiglione a cupola in stile Tudor riportante il nome del club. Nel 1906. tre anni dopo la tribuna su Anfield Road, nasce l’immensa terrace denominata Kop che tutti gli appassionati conoscono ed hanno ammirato per il suo ondeggiare, ribollire, incitare con cori e canti ma sempre con un tocco di sportività e galanteria nei confronti degli avversari. Il nome deriva dalla collina di Spion Kop in Sud Africa dove molti soldati provenienti dalla Merseyside persero la vita durante la guerra anglo-boera. Anche ad Anfield vi fu una visita reale quando re GiorgioV e la regina Maria furono presenti nel 1921 in occasione del replay della semifinale di F.A. Cup tra Wolves e Cardiff City. Nel 1928 fu coperta la Kop end che in questo periodo conteneva qualcosa come quasi 30000 tifosi!!! Da segnalare che tra la stagione 1979 e 1980 fu installato un sistema di riscaldamento sotterraneo del terreno e poco dopo fu ampliata la Anfield Road end. Nel 1992, anno del centenario del club, fu aggiunto un secondo piano al Kemlyn Road stand ribattezzato appunto Centenary Stand. Ma ciò che segnò la fine di un’era fu la ristrutturazione della Kop nel 1994, trasformandola in una tribuna con soli posti a sedere e riducendone la capacità a 12400 posti. Da non dimenticare anche il famoso Shankley Gate, eretto in onore del grande manager morto nel 1981, che introduce al parcheggio dietro al main stand; bellissimo, in ferro battuto, reca la scritta “you’ll never walk alone” (inno e motto dei Reds, ripreso dai tifosi dalla omonima canzone degli anni 60 del gruppo di Liverpool Gerry and the pacemakers). Se Goodison Park ebbe l’onore di essere sede di vari matches dei mondiali del 1966, ad Anfield toccò il piacere di ospitare alcune gare di Euro 96. L’attuale capienza è di 40000 posti all seater contro i quasi 55000 dei primi anni’70 mentre il record di presenze si registrò per un 4th round di F.A. Cup nel 1952 contro i Wolves e fu di 61905 spettatori.Allontanandoci di poco da Liverpool troviamo alcune realtà minori ma non per questo, a mio parere, meno meritevoli di considerazione; anzi proprio il fatto di continuare ad esistere nell’attuale calcio-business ed all’ombra di due giganti come Everton e L’pool fa onore a Tranmere Rovers e Southport. I Rovers di Birkenhead nascono addirittura prima del Liverpool e dopo aver girovagato per un paio di campi si stabiliscono definitivamente a Prenton Park nel 1911. Anche questo impianto subì pesantissimi danni durante i bombardamenti tedeschi anche per la vicinanza con i docks che erano uno dei principali obiettivi della Luftwaffe. Di conseguenza i maggiori cambiamenti si ebbero dopo la seconda guerra mondiale con il rifacimento del tetto dello stand di Borough Road e la costruzione della Cow Shed (letteralmente stalla) la end con copertura simile a quella di Molineux formata da più gables accostati, veramente molto gradevole e con pubblicità di birre locali sulle facciate dei gables stessi. Negli anni ’50 furono eretti i piloni a traliccio dell’impianto di illuminazione ed il nuovo e più imponente main stand venne inaugurato nel 1968. L’altra end era invece costituita da una terrace scoperta chiamata …Kop, ma si sa che in giro per la Gran Bretagna in diversi impianti si trovano o meglio si trovavano gradinate con questo nome, da Blackpool a Sheffield ed altrove. Attualmente in seguito all’ormai pluricitato Taylor Report, l’aspetto generale di Prenton park è cambiato molto da quello esistente sino alla fine degli anni 80: la Kop end è ora un vistoso stand coperto all seater da 7000 posti che ospita i fans locali e sovrasta per dimensioni il resto della struttura, i tifosi ospiti vengono sistemati nell’opposta Cow Shed end che si presenta ora come una piccola tribuna coperta contenente 2500 spettatori e non ha proprio pìu nulla che ricordi una stalla. Molto simile a quest’ultima ma ovviamente lunga quanto la linea laterale, è la John King stand, mentre l’unica zona non nuova è il main stand che però è stato dotato di tutti posti a sedere. L’impatto è gradevole, con ovunque seggiolini blu più quelli bianchi che formano la scritta Tranmere Rovers nella Kop end e TRFC nel main stand. Il pubblico si aggira sulle 7000/8000 presenze di media con una parte di esso discretamente caldo in tutti i sensi. L’attuale capienza è di 16587 posti, praticamente la metà di quelli pre “Taylor era”. Il record di pubblico si ebbe nel 1972 per un 4th round di F.A. cup contro il Stoke City. Un poco più a nord troviamo Southport affacciata sul mare d’Irlanda. Un tempo ospite fisso della Football League soprattutto tra 3rd e 4th division, dal 1978 (anno in cui perse il league status)si è trovato impantanato dapprima in Conference ed attualmente nella Northern premier League (Unibond). Ora un migliaio di veri fedelissimi ne segue le alterne vicende riuscendo ancora a scaldarsi per alcune gare con i vicini del Marine, del Runcorn o del Morecambe. In Conference la media era più alta avvicinandosi e a volte superando le 1500 unità. Comunque vada anche a costoro va tutto il mio rispetto e sostegno perché nel calcio moderno, che lascia briciole ai medio piccoli e nulla ai piccolissimi, trovare ancora chi ogni sabato indossa la giacca con lo stemma del club e si sobbarca il peso di mantenere realtà come il Southport è sempre più difficile. Anch’esso fondato prima del Liverpool (1881) ha avuto per decenni una posizione di tutto rispetto nella League specializzandosi in frequenti sali e scendi tra le vecchie 3rd e 4th divisions. I Sandgrounders occupano da oltre un secolo il terreno di Haig Avenue che attualmente è costituito da tre parti nuove ed una “storica”. La cosiddetta parte storica è rappresentata dal main stand che mantiene il tradizionale tetto spiovente, i pali di sostegno e le classiche vetrate laterali per riparare il pubblico dalle folate di vento che arrivano dal mare d’Irlanda, il tutto però con un tocco di modernità ovvero i seggiolini che lo rendono all seater. Completamente nuove in conseguenza di ristrutturazioni sono: la Scarisbrick end che ospita i fans piu vivaci di casa composta da una gradinata di medie dimensioni coperta con posti in piedi, la gradinata scoperta laterale detta Meols terrace ed il settore ospiti ovvero la Blowick end, terrace bassa scoperta con le classiche crush barriers dipinte di giallo e nero (gold and black sono infatti i colori del Southport). Merita ricordare che ai tempi d’oro del professionismo quasi 10000 spettatori erano frequenti a Haig avenue tanto che il record di presenze, datato 1936 (F.A Cup 4th round contro il Newcastle Utd) parla di ben 20010 biglietti staccati per l’occasione.L’attuale capienza è di 6500 posti di cui 1880 a sedere e chissà se gli abitanti di Southport abituati ormai ad ammirare solo più la nota marea che lascia decine di yards di finissima sabbia un giorno non torneranno ad assistere a nuovi spettacoli calcistici nella F.L. con conseguente tutto esaurito ad Haig Avenue… (nella foto Goodison Park e lo stadio del Tranmere Rovers, il Prenton Park)
di Gianluca Ottone (da UKFP n° 6)

lunedì 19 dicembre 2011

Eroe per una notte.

Un giorno, in futuro, ognuno di noi sara’ famoso per almeno 5 minuti.
Andy Warhol

Mi chiamo Paul , Paul Vaessen. Sono nato a Gillingham nel 1961 in una famiglia proletaria, dove mio padre Leon gioco’ a calcio, sia per il Millwall che per il Gillingham. Dopo che ci siamo trasferiti a Londra , anch’io ho coronato il mio sogno di entrare a far parte di una squadra professionistica , e nel 1977 sono stato acquisito dall’Arsenal. Ho debuttato nelle fila dei gunners il 27 settembre 1978, era un match di coppa UEFA, una notturna contro la Lokomotive Lipsia, compagine non male ai tempi. Il debutto in Prima Divisione(se non sbaglio ora la chiamate Premier League o Premiership) e’ avvenuto solo sul finire di quella stagione, il 14 maggio 1979 per la precisione , in un derby contro il Chelsea. Proprio nell’estate del 1979 firmai il mio primo contratto da professionista.Ora ero diventato veramente un calciatore dell’Arsenal! Nella stagione 1978/79 segnai 5 gol collezionando 13 presenze ma ,cio’ che mi ha reso famoso nella storia dei gunners, e’ avvenuto in una tiepida serata italiana. Era il 23 Aprile 1980 e allo Stadio Comunale di Torino, il mio Arsenal si giocava l’accesso alla finale di Coppa delle Coppe contro la Juventus. All’andata ad Highbury, pur pressando gli italiani per quasi tutta la partita, eravamo usciti dal campo con un poco rassicurante 1 a 1 .Io non ero sceso in campo neanche per un minuto e la stessa sorte, almeno inizialmente, mi tocco’ anche a Torino. La partita fu’ molto combattuta anche al ritorno ma il risultato non si sbloccava e noi cominciavamo ad innervosirci.Che sfiga, avremmo perso la possibilita’ di disputare la finale solo per la regola dei gol segnati in trasferta! Al 75° minuto pero’, il nostro coach Don Howe, mi disse di prepararmi velocemente perche’ sarei entrato molto presto.Cosi’ fu e nel successivo quarto d’ora successe cio’ che mi avrebbe cambiato la vita, o almeno era quello che credevo all’epoca. Giusto il tempo di posizionarmi in campo, dare un occhio ai ragazzi e dalla fascia arriva un cross di Graham Rix. Io guardo il tiro partire e mi dico:”Dai Paul , buttala dentro”.Non era certo la mia specialita’ il colpo di testa , ma al 77° minuto di “quella “ semifinale di coppa, colpisco la palla come non avrei piu’ fatto e la spedisco alle spalle del grande Dino Zoff.1 a 0 per noi e palla al centro! Di quel momento in cui la palla e’ in rete ricordo soprattutto il silenzio dello stadio, i cori degli italiani che si interruppero e lo spicchio di curva biancorossa che impazzi’ di gioia. Eravamo in finale e a Bruxelles l’Arsenal l’avevo portato proprio io. Piu’ tardi venni a sapere che quella era la prima volta che la Juventus era stata sconfitta fra le proprie mura da una squadra inglese.E il tabellino sul giornale era li’ che parlava chiaro:”Gol decisivo di Paul Vaessen”! Non importa che poi quella finale la perdemmo malamente ai rigori con il Valencia, anche perche’ io assistetti ai 120 minuti piu’ rigori dalla panchina. Ora questa storia mi piacerebbe finirla qui, ma da quel momento inizio’ il declino della mia breve carriera e , conseguentemente, della mia vita. Nel 1982 mi infortunai seriamente ad un ginocchio durante un derby con il Tottenham, cosi’ che saltai interamente tutta la stagione 1982-83 e l’estate seguente, quando avevo appena 21 anni, fui costretto al ritiro dall’attivita agonistica.In tutto avevo segnato 9 gol in 39 partite con i Gunners. L’Arsenal non fece molto per aiutarmi, ma d’altre parte non saprei neanche dire cosa avrebbero potuto fare.In fondo avevo 21 anni e ancora tutta una vita davanti.Provai a fare il postino ma in quel periodo incontrai anche cio’ che mi avrebbe affossato definitivamente,la droga. Penso che vada benissimo fare lavori come il postino, l’idraulico o l’operaio quando da giovane inizi a farlo, ma vi assicuro che non e’ facile quando hai fatto il calciatore nell’adolescenza ed ora , quando imbuchi le lettere , le persone del quartiere si danno di gomito e sussurrano”ma si e’ proprio lui, e’ quello che ha giocato nell’Arsenal…guarda come si e’ ridotto”. Cosi’, essendo ormai diventato, un consumatore di droga, dovevo fare anche piccoli furti per assicurarmi la dose quotidiana, visto che con il lavoro non guadagnavo abbastanza( il vizietto mi costava circa 125£ al giorno). Cio’ mi porto’ a conoscere anche il carcere per ben sei volte. Mi lascio’ anche mia moglie e si porto’ via con se’ mio figlio Jamie.Stavo veramente toccando il fondo, avevo bisogno di uno scossone, dovevo reagire. Nel maggio 1993, dopo aver preso coscienza definitivamente di essere un tossicodipendente, mi feci ricoverare per due mesi in una clinica a Bexleyheath. Uscito da li’ mi trasferii ad Andover, dove conobbi’ Sally Tinkler.Anche lei aveva gia’ una figlia, la piccola Abigail di due anni. Vivemmo li’ per un anno prima di trasferirci a Farnborough per stare piu’ vicini alla sua famiglia. Stavo riscoprendo la felicita’ e con Sally avemmo anche un figlio tutto nostro, Jack.Fu in quel periodo, a meta’ degli anni 90’, che scoprii Dio e cercai di ricollocarmi nel mondo del lavoro, seguendo un corso per fisioterapisti sportivi. I terribili dolori al ginocchio e i fantasmi del passato pero’, mi fecero tornare alla droga con conseguente deterioramente dei rapporti con Sally. Cosi’ feci di tutto per rovinarmi la vita un’altra volta .Lasciai Sally e i bambini e mi trasferii a Bristol da mio fratello. Proprio li’ un fredda mattina di agosto nel 2001, il mio amico Jason Murphy mi trovo’ senza vita nel bagno che condividevo con mio fratello.Era l’8 di agosto. Il coroner nei giorni successivi dira’ che si e’ trattato du una morte dovuta ad overdose di eroina. Era l’8 di agosto, avevo appena quarant,’anni. Ora spero solo che , i tanti ragazzi che gremiscono il nuovo stadio costruito ad Ashburton Grove, e che si vantano dei successi ottenuti dalla loro squadra, si ricordino che un viaggio a Bruxelles ai loro padri e amici piu’ grandi , e’ stato offerto tanti anni fa da un ragazzo come loro, con uno strano cognome olandese, un certo Paul, Paul Vaessen.
di Luca Ferrato

giovedì 15 dicembre 2011

Blackburn Rovers Era

Per noi uomini dell’era moderna, il momento più esaltante del Blackburn Rovers è stato nel maggio del 1995, quando la squadra di Kenny Dalglish conquistò il titolo della Premier a tre soli anni di distanza dalla promozione nella massima serie. Ma quella squadra, anche se passata alla storia per i ”nomi” (Alan Shearer, Tim Sherwood, Tim Flowers, Graeme Le Saux, David Batty), non fu la prima con la gloriosa maglia metà bianca e metà blu, ad assurgere alla gloria nel calcio inglese. Anzi, quello della metà degli anni novanta fu solamente un rito di ritorno, a fasti che i Rovers avevano conosciuto ormai cent’anni prima, un ventennio dopo la loro nascita. Fondato nel
novembre del 1875, il club visse inizi incerti, come sempre. Promotori della nascita furono alcuni ex studenti di una “public school” principale artefice fu John Lewis, personaggio poi passato alla storia del calcio inglese in quanto fondatore della Football Association of Lancashire (la regione in cui sorge Balckburn), vicepresidente sia della Football League sia della Football Association e, tanto per gradire, anche arbitro di due finale FA Cup. Era nata l’idea, e anche i colori biancoblu, ma non fu facile metterla in pratica. Addirittura, fu solo dopo parecchi mesi che il club potè trovare un terreno di gioco, e si trattò esattamente di ciò, di un terreno e basta. Il girovagare tra un campo e l’altro, tipico delle squadre di quei tempi in cui un passatempo nato proletario non veniva accettato facilmente dalle autorità, non impedì però ai Rovers di diventare una forza già nei primi anni della propria esistenza, nonostante le rivalità cittadina con il Blackburn Olympic, squadra più "aristocratica" nelle intenzioni.
Ma i Rovers,dopo alcuni tentativi andati a male(0-6 contro il Nottingham Forest nel terzo turno della FA Cup del 1880, 0-4 contro lo Sheffield Wednesday dodici mesi dopo), nel 1882 arrivarono all finale di quella che all’epoca era l’unica, grande manifestazione calcistica britannica. Persero 1-0 contro gli Old Etonians, ovvero i nobili ex studenti del collegio di Eton, tra cui spiccava il celebre Lord Kinnaird, vincitori di ben cinque FA Cup e autore, dopo la vittoria sui Rovers che tra l’altro attribuirono in parte la loro sconfitta alla cabala, per aver dovuto cambiare il colore della divisa, troppo simile a quella dei rivali. Ebbero però modo di rifarsi due anni dopo, sotto la guida del segretario-allenatore Thomas Mitchell, in una finale che venne vissuta, all’epoca, come una sorte di Inghilterra-Scozia: tutti inglesi i giocatori dei Rovers, mentre gli avversari erano quelli del Queen’s Park, che non solo era una squadra scozzese (capitava in quegli anni), ma addirittura costituiva in pratica la nazionale di quel paese. Il Blackburn vinse 2-1 di fronte a 12.000 spettatori, ripetendosi dodici mesi dopo, nel 1885, ancora 2-0 contro il Queen’s Park, e compiendo un grande tris 1886, quando il risultato fu di 2-0 sul WBA dopo una prima gara terminata 0-0 e caratterizzato che i Rovers erano arrivati al campo infreddoliti e appena in tempo per la partita, dopo essersi attardati a seguire, lungo il fiume Tamigi, la classica “Boat race” la gara di canottaggio tra Oxford e Cambridge. Seconda squadra nella storia (dopo i Wanderers) a vincere la FA Cup per tre volte.

mercoledì 14 dicembre 2011

E' uscito il nuovo numero di FEVER PITCH!!

Si apre la campagna abbonamenti all'annata 2012 di Fever Pitch!!! Arriva Natale e il team di Fever Pitch porta ai lettori il suo carico di regali... Regalo numero uno: Fever Pitch si conferma cartaceo anche nel 2012, in un nuovo formato ancora più agile, compatto e colorato. Regalo numero due: Per chi rinnova o si abbona entro il 31 dicembre ci sarà un Fever Gift con la prima uscita 2012... ricordate che per noi è fondamentale pianificare prima possibile la tiratura delle prossime uscite!!! Regalo numero tre, il più esplosivo: L'abbonamento 2012 sarà di SOLO 20 EURO per quattro uscite (incluso spedizione), con un super-taglio rispetto all'anno scorso...dunque per il terzo anno consecutivo Fever Pitch riduce il contributo richiesto ai lettori, per raggiungere sempre più amici ed essere sempre più la pubblicazione di tutti gli appassionati del made in UK. Regalo numero quattro: Tutti gli arretrati e tutte le singole uscite 2012 saranno disponibili a 5 euro incluso spese di spedizione
E allora non aspettare, rinnova subito l'abbonamento, il tuo supporto è fondamentale per continuare l'avventura di Fever Pitch. Le modalità di abbonamento sono le solite: a) paypal (gmallano@yahoo.it); b) postepay; c) bonifico bancario.  Per qualunque richiesta, info e abbonamenti, scrivi a gmallano@yahoo.it.
ecco il nuovo link di Fever Pitch,  http://feverpitchfanzine.blogspot.com/

martedì 13 dicembre 2011

Per una manciata di fango..

La stagione è quella del 1979/80 siamo a fine febbraio si gioca la 30° giornata, la partita “match clou” di 1° divisione inglese tra Liverpool e l’Ipswich Town, prima e seconda in classifica. Si sollevò un vero e proprio “caso”che fece discutere. Il Liverpool guidato da Bob Pasley andarono in vantaggio dopo appena 8 minuti con un goal di Fairclough, riserva di Johnson, infortunatosi il mercoledì precedente nella partita internazionale, Inghilterra-Eire, finita 2-0 per gli inglesi. L’Ipswich resiste agli attacchi dei reds e cerca con determinazione il pareggio che trova solo al ’84 per merito di Eric Gates. Fin qui tutto bene.. ci si accinge ad arrivare a fine partita, quando subito dopo il goal, Terry Butcher stopper dell’Ipswich, spintona in area Kenny Dalglish, calcio di rigore per il Liverpool (criticato) assegnato dall’arbitro Newsome. Lo tira Terry McDermott, ma mentre si appresta a calciare.. l’olandese Frank Thyssen gli lancia una manciata di fango (del mitico Anfield Road..) tra piede e pallone, riuscendo a non far calciare lo scozzese con la dovuta forza, infatti Cooper portiere dei blues devia facilmente la palla in angolo. I giocatori del Liverpool assalgono l’arbitro, i tifosi infuriati sugli spalti fanno sentire il loro disappunto, la partita finisce 1-1. Solo negli spogliatoi Newsome ammise d’aver visto l’accaduto ma di non aver ritenuto sufficientemente falloso il gesto di Thyssen.

domenica 11 dicembre 2011

il libro "LONDON CALLING, La storia dell'ARSENAL e di un secolo e mezzo di football all'ombra del Big Ben"

London Calling, è il nuovo libro di Luca Manes & Max Troiani, (prefazione di Massimo Marianella) edito da Bradipolibri e parla della storia dell'ARSENAL e di un secolo e mezzo di football all'ombra del Big Ben.

Monarchia, ma anche mode e sottoculture giovanili. Democrazia parlamentare e pure gruppi musicali.
E ancora finanza e musical. Londra è sinonimo di queste e di un'infinità di altre cose. Non poteva allora non essere sinonimo di football. Nella capitale inglese sono state codificate le regole poi adottate in giro per il globo, sono nate la prima federazione nazionale, la prima lega e la prima competizione a squadre. Nessuna città al mondo può vantare così tante squadre professionistiche, così tanti derby, così tanti stadi.
L’Arsenal, la squadra più amata a Londra, vanta in Italia un nutrito numero di fan club.Inoltre, sono decine di migliaia gli italiani appassionati del calcio inglese.
per informazioni: http://londoncallingbook.blogspot.com/

mercoledì 7 dicembre 2011

Tutto un programma.

Il gesto è gentile, delicato, e al tempo stesso inequivocabile. Dice, senza dire. «Sei dei nostri», ecco cosa dice. Un che di cameratesco, una porta spalancata ben più ampia del pertugio che rappresenta ancora, nella maggior parte dei casi, l'ingresso nella zona riservata, negli stadi inglesi. Il gesto è quello di consegnare il programma ufficiale, gratis, al giornalista. Lo compie in genere un addetto stampa di mezza età se non in pensione, uno di quelli che non si occupano della gestione della comunicazione a largo raggio, ma svolgono ancora il compito come se fosse trent'anni fa. La consegna del programma è una cerimonia banale piena di solennità, ed ogni volta ci colpisce come se fosse la prima. C'è un piacere quasi orgasmico, per i vari addetti, nel pescare con la mano nella scatola ed estrarne il fascicolo, una volta verificata la legittimità delle credenziali di chi sta di fronte, che diventa dunque uno di casa, uno di famiglia, non importa quanto sia vigliacco, e Dio solo sa quanti ce ne siano nella categoria. Sei dei nostri, vai. Poi verranno la consegna del foglio delle formazioni, team sheets in lingua madre, che non ha la medesima solennità perché è l'oggetto in sé, in fondo solo un pezzo di carta, a valere meno, anche se non tutti la pensano così: all'uscita dal cancello principale del White Hart Lane c'è un tizio, che non deve avere per il resto una vita particolarmente vivace, cappellino da baseball su capelli lunghetti, barba alla mefisto e giacca e cravatta, che i fogli delle formazioni li colleziona, e dunque chiede a chiunque dia l'impressione di averne con sé uno, specialmente se l'ha visto uscire dalla sala stampa, se può cederglielo. Sapendolo, il segreto per accontentare questo brav'uomo (almeno speriamo che sia così) è semplicemente farsi dare preventivamente un foglio in più, il che è molto facile, mentre tanto per ribadire il concetto precedente non è invece mai il caso di chiedere un programma in più, e chi deve rifornire amici o parenti è meglio che se lo compri, possibilmente appena arriva allo stadio, per evitare di restare senza.Il gesto semplice e insieme grandioso di consegnare il programma all'avente diritto è solo uno dei particolari che uno incontra negli stadi britannici e che si sono mantenuti intatti nel corso degli anni. Questa non vuole esserne una rassegna completa, per il semplice fatto che per farla bisognerebbe avere realizzato il sogno (emotivo) e l'incubo (economico) del giro di tutti gli stadi del Regno Unito, ma, se gradita, una semplice narrazione di alcuni momenti e circostanze legate a piccolissimi dietro le quinte, aggiungendo che molti di questi sono purtroppo, ma per ovvi motivi, legati all'ambiente a disposizione della stampa, entità non troppo gradita al lettore in generale (e ci sarà un motivo). Le visite guidate agli stadi, che l'autore di questo articolo ha fatto una volta sola (Wembley, 1980), mostrano infatti tutto quel che c'è da vedere e sono ormai diventate qualcosa di molto evoluto ed interessante rispetto ad una volta, ma hanno l'unico difetto, ovvio, di svolgersi in giorni in cui gli impianti sono vuoti e dunque manca quell'aria frizzantina delle partite, in cui una scalinata altrimenti insignificante diventa luogo vissuto e vociante. A proposito di scalinata (e di pensionati in servizio fedele e orgoglioso): al Crystal Palace l'intervallo, almeno fino allo scorso anno, voleva dire scendere nel pertugio buio alla destra della tribuna principale (quella delle panchine, di fronte alle telecamere, purtroppo assenti da anni, se si parla di Premier League, da uno degli stadi più belli che ci siano), in pratica una scalinata in legno incastrata tra il box sopraelevato della tribuna stampa e la parete destra, e una volta inghiottiti dal vano di uscita infilarsi in uno spazio aperto, sotto le tribune, in cui su un tavolino di legno con tovaglietta da trattoria un gentilissimo pensionato serviva the e biscottini, oltre all'immancabile - in ogni senso - vassoio di tramezzini, esibendo la sua spilletta CPFC con un orgoglio talmente sereno e dignitoso che veniva da abbracciarlo, anche se magari in quel momento stava mugugnando contro l'arbitro. Il the, dicevamo (o tea, o té a seconda di come uno ami scriverlo): bevanda di scelta per decenni anche sulle gradinate, assieme al brodoso Bovril (nella foto una vecchia pubblicita'), ora perlomeno nelle sale stampa (l'avevamo pur detto che dovevamo insistere su certi aspetti...) subisce la concorrenza del caffé, peraltro consistente in caraffone di 40cm contenenti, come ovvio, in realtà quello che viene comunemente definito caffé americano. Al Chelsea, dove gli spazi angusti della sala stampa/interviste contrastano con il tentativo del club di mostrarsi generoso con gli ospiti, è tradizione che John Terry, quando non gioca, arrivi una mezz'oretta prima della partita, si metta in fila (600.000 sterline al mese fortunatamente non paiono avergli fatto dimenticare le buone maniere, almeno lì, e non è che sia sotto osservazione perché non se lo fila nessuno) e si prenda i biscottini con the o caffè. Altra tradizione inglese, che al Chelsea e anche altrove è rimasta, è quella di comunicare il numero di spettatori presenti non facendo girare un foglietto con le diciture "paganti... abbonati... quota abbonati", come in Italia, ma semplicemente scrivendo la cifra a mano su un foglio, in orizzontale, mostrandola poi a tutti, per cui chi di voi dovesse vedere un signore che appoggiando un foglio su una cartelletta lo sventola schiena al campo sappia che sta solo facendo vedere alle file di cronisti le cinque cifre dei presenti.La logistica è a volte precaria: ora il Southampton gioca al St.Mary's, ma finché era al The Dell c'è da meravigliarsi che qualcuno si preoccupasse di descrivere le partite. Così come tutto il resto di quello splendido stadio asimmetrico, infatti, anche la parte alta della tribuna principale era, come dire, un pochino decrepita, ed il colmo si toccava nel gabbiotto stampa (ricorderete dalle immagini Tv che si era quasi a strapiombo sul campo): un unico mensolone stretto su cui appoggiare gli strumenti di lavoro, e non sedie ma trespoli tipo bar, altrimenti si sarebbe rimasti con la testa al di sotto del bordo inferiore della finestra; il tutto così stretto che si doveva entrare uno alla volta, partendo da quello più in fondo, perché altrimenti sarebbe stato molto difficile, certamente con certi fisici non snellissimi che si vedono in certi ambiti, far passare. La ristrettezza degli spazi, lo avrà notato chi ha effettuato i tour guidati, è una delle caratteristiche che maggiormente distinguono gli stadi di una volta da quelli modernissimi: persino Old Trafford, per quanto cresciuto a 77.000 spettatori, non lascia molto respirare, in netto contrasto ad esempio con l'Emirates Stadium, per non parlare del nuovo Wembley, dove i corridoi dietro alle tribune, perlomeno nella parte bassa, saranno larghi 25-30 metri. Chi è poi andato dietro le quinte avrà a volte capito, cercando però di non spargere troppo la voce, come mai alcune squadre siano intenzionate a cambiare stadio, o perlomeno ci abbiano pensato, per quanto ciò possa spezzare il cuore a noi amanti dell'usato garantito: salire dalla tribuna alta del White Hart Lane (ma anche al Bramall Lane di Sheffield) all'ultimo piano, non accessibile agli spettatori, vuol dire inerpicarsi su una scala a chiocciola a serio rischio di caduta. In generale, ma qui non diciamo nulla che chi ha partecipato a visite guidate non conosca già, negli stadi rimasti molto simili a com'erano all'origine la distinzione tra zone riservate al pubblico generico, alla stampa e ai vip è netta: nel primo caso struttura rudimentale a volte (specialmente in impianti non di Premier League, ovvero in quei bellissimi stadi di League One o Two che fanno allargare il cuore), nel secondo una situazione molto simile, ma con semplice riduzione del numero di persone che ne usufruisce, nel terzo un netto salto di qualità, nelle porte a vetri, tappeti, parquet, luci soffuse e curate. Chi vive solamente in quest'ultimo mondo non sente particolare necessità di innovazione, perché ha il suo salotto pre- e post-partita, il parcheggio anche nei luoghi meno respirabili e lo sguardo alle fotografie storiche appese alle pareti, gli appartenenti agli altri due universi magari un po' meno. Ma non dovrebbe essere il contrario?
di Roberto Gotta (da UKFP n° 21)

lunedì 5 dicembre 2011

Ecco com'era Sportspages!




Abbiamo ricevuto diverse e-mail che ci hanno chiesto ulteriori informazioni sulla "mitica" libreria londinese Sportspages, chiusa nel gennaio 2006 (purtroppo) e presentata 20 giorni fa qui da noi con un articolo di Roberto Gotta. Queste foto sono di Vincent Felici e sono del 2004, il bello era stato vedere la ns. fanzine sugli scaffali vicina a tutte le più belle fanzine inglesi!

venerdì 2 dicembre 2011

Nasce un Baggie in Italia

Non so bene di preciso come e quando è iniziato il tutto, d’altronde se ricordassi e scrivessi tutte le date si rischierebbe di scambiarlo per un trattato di storia. Invece vuol essere la storia, la mia storia d’amore più lunga quella con una squadra di calcio una squadra che si chiama West Bromwich Albion. E’ nata nel 1978, avevo 10 anni, in mezzo ci sono pure passate alcune storie d’amore…amore, con ragazze per intendersi, quattro per essere precisi compresa l’ultima, quella che sto vivendo adesso e che mi porterà ad essere padre per la prima volta, io spero, anzi sento che sarà per sempre, ma anche in questo modo non riuscirà a superare in durata quella per il West Bromwich Albion perché anche questa durerà per sempre. Come dicevo correva l’anno 1978 ed un pomeriggio alla televisione parlavano di calcio Inglese facendo pure vedere le immagini, erano le prime immagini di calcio Inglese che vedevo, fino ad allora le mie conoscenze di “football” erano limitate alle grandi squadre che in quegli anni conquistavano l’Europa con una
facilità spesso imbarazzante e già questo bastava perché in me crescesse forte l’ammirazione per quel calcio. Per il resto non sapevo un bel niente, tolti Liverpool, Manchester United, ed Arsenal (e sempre mi chiedevo come doveva essere una città che si chiamava Arsenal) il resto per me era tutto sconosciuto. Sconosciuto fino al quel giorno in cui scoprii che c’erano anche gli altri ovvero il Nottingham Forest, il Derby County, il Leeds e tanti altri ancora, ma soprattutto c’era il West Bromwich Albion. A 10 anni questo nome proprio mi affascinò, non ci feci molto caso, non ricordo neanche che highlights vidi quel giorno, so solo che ripetevo continuamente quel nome, ovvio quindi preparare velocemente il tavolo da Subbuteo e giocare una partita, ero da solo ma non mi importava molto, l’importante era far scendere in campo questa squadra per me ancora
misteriosa ma così tanto affascinante. Il primo problema fu trovagli un avversario, pensai che il Liverpool poteva andare benino per due motivi: primo avevo una squadra con la maglia rossa, secondo se questo West Bromwich Albion riusciva a battere il Liverpool voleva proprio dire che era forte; il secondo problema consisteva nel trovare una squadra che poteva impersonare il West Bromwich Albion fra quelle che avevo, le immagini della mia tv in bianco e nero mi avevano mostrato la squadra con la maglia a strisce verticali bianche e molto scure quasi nere, per cui presi la Juventus e per quella partita fu il West Bromwich Albion. Inutile dire come finì la partita , quando si è bambini e si gioca vince sempre quello che vogliamo noi, così accadde e dopo la soddisfazione del momento iniziai ad essere razionale. Prima cosa dovevo scoprire i veri colori ed allora ricordai che in casa avevo un catalogo del Subbuteo, con l’elenco delle squadre, dopo una paziente ricerca venni così a conoscenza dei colori sociali: non avevo sbagliato poi di molto il
catalogo, alla voce West Bromwich Albion mostrava una pedina con la maglia bianca a strisce verticali Blue Navy (così recitava, rigorosamente in Inglese), la seconda maglia maglia era poi tutta un programma di nuovo strisce verticali ma giallo e verdi. Nei giorni seguenti a scuola o agli gli amici del calcio provai a spiegare che oltre le maglie nerazzurre del Pisa, che quell’anno faceva finalmente faville in serie C1, o dell’Inter, quello rossonere del Milan, e quelle bianconere della Juventus, c’erano anche tante altre maglie con colori a volte strani per noi Italiani e fra queste ce n’era una particolarmente bella e con un nome simpaticissimo: West Bromwich Albion. Ma nessuno comprendeva bene il perché uno di loro ogni volta che giocava insisteva tanto perché la sua squadra si chiamasse in quel modo e soprattutto nessuno accettava di chiamare la squadra così quando alla domanda “ma chi ci gioca, chi sarei io?” rispondevo: “ma non so, non conosco i nomi dei giocatori”. Decisi così che il secondo passo avrebbe dovuto essere la conoscenza di almeno qualche giocatore del West Bromwich Albion. Si dice che tutte le storie d’amore a lieto fine abbiano avuto il propellente necessario da una spinta del destino, in questo caso il destino fece si di farmi imbattere in una copia del Guerin Sportivo, non mi ricordo bene dove mi trovavo, ma sfogliando quella rivista feci una scoperta sensazionale: esisteva qualcuno che riportava i risultati del campionato Inglese corredati dalla classifica e da un commento anche
dettagliato sulle partite giocate. Prima di tutto diedi uno sguardo alla classifica: cavoli! Il West Bromwich Albion era terzo ad una manciata di punti dal grande Liverpool, cavoli io abituato a tifare Genoa per la prima volta in vita mia stavo lottando per vincere il campionato. Fra le curiosità della classifica notai come il numero della partite giocate fosse diverso per ciascuna squadra, li per li non capii bene il perché, compresi solo in seguito che l’Inghilterra è uno dei paesi più piovosi d’Europa. Distolto lo sguardo dalla classifica, concentrai la mia attenzione sul commento al campionato e finalmente feci conoscenza con coloro che la mia fantasia aveva per giorni e giorni cercato di immaginare. Uno su tutti, era il centravanti il suo nome Cyril Regis, gia il nome Cyril mi restava simpatico somigliava tanto a quello di Cirillo uno dei tanti personaggi pittoreschi che si poteva trovare al Circolo Arci di quartiere; inoltre questo Regis segnava un sacco di reti tanto da essere nel giro della nazionale un altro nome figurava quel giorno nel commento ed era un certo Cunningham. Entrambi vennero citati come autori di una doppietta a testa in una partita vinta per 7-1 contro il Coventry City, un nome quest’ultimo che non mi era completamente nuovo perché un mio amico aveva una strana squadra di Subbuteo con maglia celeste e bretelle Blu della quale era gelosissimo, giocava sempre con quella, ma io ignoravo che fosse Inglese e forse lo ignorava pure lui. Inutile adesso dire che da quel fugace incontro con il Guerin Sportivo segui una settimana di lotte familiari per convincre i miei genitori a comprarlo. La spuntai ma in cambio dovetti rinunciare all’album dei calciatori della Flash che usciva sempre verso metà Ottobre e che io compravo sempre in attesa di quello della Panini che sarebbe uscito
verso i primi di Gennaio, e che mi regalava sempre la grande gioia di sfogliarlo, mista alla delusione dovuta al fatto che le vacanze di natale stavano per terminare Erano passati solo pochi giorni da quando alla tv avevo visto per la prima volta il West Bromwich Albion, ma ormai non potevo più fare a meno di seguirla e così attendevo il mercoledì con una tremenda impazienza. Ora dovete sapere che prima di andare a scuola su commissione dei miei genitori mi venivano date 300 Lire (mi pare) e venivo mandato all’edicola a comprare i due quotidiani che si leggevano a casa mia, ovvero Il Tirreno e L’Unità, arrivo il mercoledì e mi vennero dati i soldini anche per il Guerino, corro all’edicola, mi vengono dati i due quotidiani ed io esclamo: “oggi prendo anche il Guerin Sportivo”, “non è ancora uscito, le riviste arrivano circa a metà mattinata” rispose sorridente come sempre il mio edicolante di fiducia. E li mi crollò il mondo addosso, ma come per una volta che mi alzavo dal letto volentieri anche se si trattava di andare a
scuola, mi veniva in sostanza detto che per avere il Guerino dovevo aspettare l’uscita e così me ne andai come sempre a scuola con la solita speranza di sempre, ovvero che quelle cinque ore passassero più in fretta possibile; anzi il mercoledì ormai diventava un incubo perché più in fretta volevo che passasse il tempo e questo per dispetto non passava mai. Fatto sta che alle 12:50 in punto si usciva da scuola e io correndo come un pazzo e salutando gli amici a stento correvo a prendere il Guerino e finalmente potevo conoscere il risultato della partita della domenica precedente. Già ho proprio scritto della domenica precedente, mi occorse infatti un po’ di tempo per capire che oltremanica si giocava il sabato, la scoperta fu sensazionale, gli Inglesi sono dei grandi pensai, loro giocano il sabato e vanno allo stadio felicissimi perché davanti a loro hanno poi la domenica per stare a casa, qui in Italia finita la partita si inizia a pensare che la domenica volge ormai al termine e che ci aspetta una terribile settimana davanti a noi. Non so voi ma io da ragazzino, specie dopo un risultato deludente, appena messo piede fuori dallo stadio venivo assalito dall’angoscia del ritorno a scuola l’indomani. Comunque grazie ai miei mercoledì con il Guerin Sportivo riuscii a conoscere sempre più i protagonisti del West Bromwich Albion, accanto a Regis e Cunningham, entrarono nella mia vita un certo Tony Brown, che scoprirò ben un ventennio dopo essere il top scorer con la maglia del West Bromwich Albion, Batson, Willie Johnston, e Cantello. Alla lettura del nome Cantello quasi svenni e inizia ad urlare per tutta la casa perché convinto che un Italiano giocasse nella squadra dei miei sogni. Alcuni di loro venni a sapere che erano giocatori di colore e per me che di calciatori di colore avevo visto solo Nenè del Cagliari (grazie ancora all’album della Panini), fu un’ulteriore scoperta attraente e nello stesso tempo simpatica. In quell’anno ci fu una partita che ho scoperto poi essere passata alla storia ed è una grandiosa vittoria per 5-3 all’Old Trafford contro il Manchester United in un dicembre magico in cui vincemmo tutte e quattro le partite giocate, e subito dopo con il primo numero di gennaio del Guerino ancora una grande sorpresa: gli Inglesi giocano a calcio pure nei giorni delle feste comandate come ad esempio il 26 dicembre e il primo di gennaio, con il Guerino successivo imbattei nella competizione sportiva più bella del mondo: l’FA Cup, capirne il meccanismo non fu semplice, si parlava di partite secche ad eliminazione diretta di replay che potevano andare avanti ad oltranza, soltanto con il provvidenziale aiuto di mio cugino Marco di due anni più grande di me, ma soprattutto già con la mente da Ingegnere qual è adesso, compresi che si giocavano dei turni in casa di una delle due squadre e chi vinceva passava il turno in caso di parità si rigiocava il cosìdetto replay in caso di parità si rigiocava ancora e così via. Fatto sta che il mio “debutto” in coppa fu un pareggio in trasferta 2-2 a Coventry ovvero con la squadra con la quale avevo praticamente debuttato in campionato un paio di mesi prima. L’avventura in coppa si conclude al quinto round per opera del Southampton dopo un pareggio casalingo per 1-1 perdemmo il replay 2-1. In campionato le cose invece continuavano ad andare benone, almeno fino ad aprile eravamo in corsa per vincere il campionato e mentre i miei compagni di scuola impazzivano per il Gianni Rivera ed il suo Milan che stava per raggiungere il sogno della stella, io continuavo a tenere comizi sul nostro duello con il Liverpool ed il Nottingham Forest, qualcuno alla fine si arrese ed inizò a chiedermi, tutti comunque tifavano Liverpool ovvero la squadra più famosa per aver vinto un bel po’ di Coppe dei Campioni. Il mio sogno svanì nel mese di Aprile, nel quale giocammo ben otto partite (addirittura due in due giorni il 13 e 14 aprile) raccogliendo solo 9 punti, troppo pochi per tenere il passo del Liverpool , sufficienti per inseguire il secondo posto. E all’ultima giornata arrivammo con un punto di vantaggio sul Nottingham Forest che dovevamo affrontare in casa propria. Da sabato pomeriggio per quattro giorni non pensai ad altro, fui capace anche di sognare la domenica sportiva che leggeva i risultati di calcio Inglese, giocai decine di volte quella partita a subbuteo sempre con un unico risultato: vittoria. Il goal decisivo lo segnava sempre Willie Johnstone, perché il suono di quel nome mi piaceva da matti. Il Guerino come se fosse uno spillone fece scoppiare il mio sogno: Nottingham Forest-West Bromwich Albion 1-0; classifica finale Liverpool 68, Nottingham Forest 60, West Bromwich Albion 59. Pochi giorni dopo il Nottingham Forest sarebbe diventato campione d’Europa ed io nonostante ci avessero battuto tifai con tutto me stesso per gli Inglesi, perché da allora le squadre Inglesi avrebbero sempre avuto la precedenza su tutte le altre. La vittoria Europea del Forest comunque mi servì per capire che il West Bromwich era proprio una grande squadra di cui andare fiero ed orgoglioso, come lo erano tutti i miei compagni di scuola Milanisti che avevano appena vinto lo scudetto della stella. Nel frattempo sempre nel corso di questa stagione era accaduta una cosa per me meravigliosa, il Pisa Sporting Club, ovvero la squadra della mia città militante in serie C, partecipò per la prima volta nella sua storia al torneo Anglo-Italiano, denominato Alitalia Cup, riservato a squadre di C Italiana e di Non-League Inglese, che racchiude tutto il mondo dei non professionisti. Scesero così sul prato dell’Arena Garibaldi il Barnet, che ritroverò con piacere venti anni dopo in Division three, scoprendolo fra l’altro vincitore di una FA Amateur Cup nel 1946, ed il Matlock Town. In entrambe le partite il Pisa si impose: per 1-0 nella prima e per 2-1 nella seconda ed io che gioivo sempre tantissimo per le vittorie del Pisa che in quell’anno erano molte, in quelle due occasioni andai a casa un po’ meno contento. Il cammino del Pisa si interruppe nella prima fase del torneo a causa delle due sconfitte rimediate oltre manica e più precisamente a Sutton 1-0 il risultato e a Nuneanton, località molto vicina a West Bromwich ma allora proprio non ne avevo idea, dove i nerazzurro crollarono per 3-0.Con la conclusione della stagione persi ogni contatto con la mia squadra, infatti anche quel prezioso informatore che era il Guerin Sportivo, d’estate non riportava grandi notizie dall’Inghilterra e le poche che pubblicava riguardavano per lo più il Liverpool, il Nottingham Forest ed il Manchester United, fin quando ne lessi una davvero interessante e riguardava l’inizio del campionato. Con mio stupore, ma anche con grande gioia appresi che la nella terra dei sogni si iniziava a fare sul serio dalla metà di agosto. Voleva dire tornare a scuola quando la mia squadra aveva già giocato cinque, sei partite, mentre quelle dei miei amici dovevano ancora cominciare. Ad allietare poi quell’estate ci fu il sorteggio di Coppa Uefa, finalmente anche io avevo una squadra per cui trepidare in Europa e la fortuna non bussò alla nostra porta; la sorte infatti ci mise di fronte ai forti Tedeschi Orientali del Carl Zeiss Jena che in Italia diverranno noti a tutti l’anno successivo per una clamorosa qualificazione ai danni della Roma in Coppa delle Coppe. Infine la noia di quella prima estate da tifoso del West Bromwich Albion, mi portò a cercare di soddisfare l’ennesima curiosità: “Dove si troverà West Bromwich’” mi domandai un bel giorno; ed avendo una sorella di dieci anni più grande, che aveva appena finito i suoi studi, in casa mia non poteva certo mancare un bell’atlante geografico aggiornatissimo che rispose alla grande alla mia domanda. West Bromwich era un puntino piccolo piccolo, poco sopra la città di Birmingham, considerata seconda solo a Londra. Fra i nomi a me conosciuti vidi li tanto vicino da sembrare attaccato Wolverhampton, ma non feci congetture e solo in seguito appresi che quelli erano i rivali per eccellenza del mio West Bromwich Albion.
Arrivati a ferragosto l’estate era finita, o meglio la mia estate era finita, stava infatti per cominciare il campionato, il primo campionato che potevo seguire dall’inizio e dopo il bel piazzamento della stagione precedente in cuor mio sognavo una possibile vittoria, ma ben presto tornai a volare ben più in basso; l’inizio del West Bromwich fu infatti disastroso nel prime cinque partite collezionammo due pareggi e tre sconfitte, due delle quali contro il Liverpool in trasferta e contro il Nottingham Forest in casa per 1-5! A fine settembre arrivò anche la doccia fredda dell’eliminazione dalla coppa Uefa il tedeschi dell’est ci batterono per 2-0 in casa loro e per 2-1 a West Bromwich. Non fu molto simpatico nei giorni seguenti andare a scuola perché nessuno dei miei compagni, me la fece passare liscia; a distanza di anni non posso certo dar loro torto visto che nei giorni precedenti, con una boria tutta undicenne, gli avevo martellati con la superiorità del calcio Inglese e del mio West Bromwich che essendo una “grande” d’Inghilterra avrebbe certamente calpestato tutti gli avversari fino alla vittoria finale. Archiviata con molta fatica la prima grande delusione che il mio West Bromwich Albion mi aveva riservato da quando lo conoscevo, tornai a sperare in una inversione di tendenza in campionato; ma le vittorie erano sporadiche e non c’era continuità nei risultati: cavolo! Eppure i giocatori erano gli stessi leggendo i commenti del Guerino i nomi di Regis, Batson Tony Brown c’erano ancora, mancava solo Willie Johnstone, passato al Birmingham, e una volta scoperto (un bel paio di mesi dopo l’inizio della stagione) fu un altro duro colpo vista la simpatia che mi ispirava. Arrivò il nuovo anno il 1980 un nuovo decennio che, calcisticamente parlando, si apriva con il campionato d’Europa che si disputava a giugno in Italia. Ma il nuovo anno significava soprattutto FA Cup ovvero l’occasione di riscattare il campionato, ed ancora una volta occasione per noi del West Bromwich fa rima con illusione, uscimo infatti al primo turno. Dopo un pareggio casalingo 1-1 con il West Ham, perdiamo per 2-1 il replay a campo invertito abbandonando così ogni ambizione di vittoria per questa stagione. Il campionato finisce senza infamia e senza lode al 10 posto lontani ben 19 punti dal Liverpool campione, molto più vicini, appena 9 punti, al Bristol City retrocesso. Per fortuna ad allietare quei mesi caldi d’estate senza calcio ci sarebbe stato il campionato d’Europa. Allora l’Italia suscitava in me sempre un a certa emozione, ma quella per l’Inghilterra cominciava a farsi sentire, tanto da indurmi a comprare una edizione speciale della squadra Inglese del Subbuteo con la scatola tutta colorata. Italia ed Inghilterra furono inseriti nello stesso girone e dopo un pareggio per entrambe le due squadre si affrontarono, vinse l’Italia per 2-1 e se me lo avessero detto due ore prima della partita ne sarei stato felicissimo. Al fischio finale invece ero affranto, durante la partita man mano che passavano i minuti la mia parte Inglese prese sempre più il sopravvento su quella Italiana e la delusione fu davvero tanta. La vittoria nell’ultima partita contro la Spagna non servi proprio a niente, così come non servi a niente il pareggio dell’Italia con il Belgio. Le mie due squadre erano così fuori dalla finale e per fortuna si concludeva una stagione iniziata con tante aspettative e sogni di trionfi e conclusa invece con un bel niente.
di Massimo Corsini (da UKFP n° 6 marzo 2004)