È tanto pertinente, il tragico collegamento tra Superga e Monaco di Baviera, sulla pista del cui aeroporto il Manchester United andò incontro alla morte, che Brian Glanville, storico commentatore inglese, così scriveva pochi giorni dopo l’accaduto, il 13 febbraio 1958: «Perché mai, in nome della ragione e del buon senso, doveva il Manchester United caricare tutta la sua squadra su un aeroplano invece di noleggiarne due? Il terribile disastro di Superga, nove anni fa, scosse il mondo. Il Torino non si è più ripreso. Si può sostenere che tutto il calcio italiano non si è più ripreso. In Inghilterra, l’Arsenal reagì rifiutandosi di viaggiare per aria, a meno che i suoi giocatori potessero usare due aeroplani. Come società, il Manchester United merita sincera simpatia, ma i suoi dirigenti devono essere aspramente censurati per la pazzia che è costata a loro, e al calcio britannico, così cara». Glanville si felicitava, più avanti, che la sciagura avesse risparmiato «il grande Duncan Edwards, lo splendido laterale sinistro della Nazionale inglese (ma si teme che quelle sue gambe possenti, capaci di spaccare un palo della porta con un tiro, non saranno più quelle di prima)». Purtroppo, il leggendario, ancora giovanissimo (21 anni) Duncan Edwards, sarebbe morto qualche giorno più tardi per le terribili ferite. Cosa era accaduto? Il 5 febbraio 1958 il Manchester United, i Red Devils di Matt Busby, superarono 2-1 la Stella Rossa a Belgrado nell’andata dei quarti di finale della Coppa dei Campioni. Sulla via del ritorno, l’aereo della squadra fece scalo tecnico a Monaco di Baviera. Fu al momento di ripartire che il bimotore, complici le avverse condizioni atmosferiche (nevicava), si schiantò al suolo nel vano tentativo di prendere quota al decollo. L’impatto col terreno fu terribile. Sette giocatori morirono sul colpo: il capitano Roger Byrne, titolare in Nazionale da quattro anni; il centravanti Tommy Taylor, il migliore che allora vantasse l’Inghilterra; il giovanissimo mediano Eddie Colman, a ventun anni già tra i più rinomati d’Europa nel suo ruolo; l’ala sinistra (anche della Nazionale) David Pegg; Billy Whelan, cervello offensivo della Nazionale irlandese; il gigantesco stopper Mark Jones; il terzino di riserva Geoff Bent. Pochi giorni dopo anche Edwards, come detto, sarebbe spirato. Oltre ai giocatori, perirono l’allenatore Tom Curry, il preparatore fisico Bert Whalley e il segretario Walter Crickmer, nonché i giornalisti Archie Ledbrooke, del “Daily Mirror”, e Frank Swift, l’ex grande portiere del Manchester e della Nazionale inglese, diventato cronista dopo aver abbandonato il calcio. Il 18 maggio 1948 Swift aveva stretto la mano, al centro del campo, a Valentino Mazzola, nei preliminari tra i capitani di Italia-Inghilterra a Torino. Un tragico destino si apprestava a rapire entrambi i giocatori. Quanto al tecnico Matt Busby, il creatore di quella giovane squadra lanciata verso i vertici (li chiamavano i “Busby Babes”), rimase gravemente ferito e a lungo rimase sospeso tra la vita e la morte. Dopo alcune settimane, fu dichiarato fuori pericolo. Uno dei ragazzi più promettenti, Bobby Charlton, rimediò alcuni giorni di ospedale, ma ebbe salva la vita: attorno a lui, faticosamente, Busby avrebbe ripreso la costruzione di un grande Manchester. Ma la vittoria in Coppa dei Campioni sarebbe arrivata solo nel 1968, dieci anni dopo la tragica notte di Monaco di Baviera. Il Torino, invece, quella gioia non l’avrebbe mai assaporata... da calcio2000
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