lunedì 20 febbraio 2012

Il primo amore non si scorda mai.

“Il primo amore non si scorda mai” e così fu quando quel 5 Settembre 1970 misi piede per la prima volta nella Riverside stand di Ewood Park per la partita di seconda divisione tra Blackburn Rovers e Swindon Town e quando Brian Conlon siglò l’unica rete dell’incontro, fu come ricevere il primo bacio. Ricordo che dopo qualche minuto chiesi a mio padre perché non l’avevano ancora fatta rivedere al rallenti.... avevo sette anni. Quella stagione finì in modo tragico, per la prima volta nella sua lunga e gloriosa storia la squadra retrocesse in 3° Divisione.Tornando indietro di qualche anno ed esattamente all’ultimo incontro della stagione 1957/58 di 2° Divisione il Blackburn deve affrontare il Charlton fuori casa sapendo che solo una vittoria lo portera’al secondo posto proprio davanti ai Citizens. E fu trionfo davanti a 56,000 tifosi con una sofferta vittoria per 4-3 dopo che i blue and whites al 60° minuto erano avanti per 4-1. Così dopo una decina di anni i Rovers si riaffacciarono nella “top flight” con una squadra promettente e dei giovani di talento ai margini della prima squadra. I primi anni furono di assestamento con piazzamenti di media alta classifica. Iniziarono a debuttare i giovani talenti che nella primavera del 1959 conquistarono la Youth Cup battendo il West Ham. Giocatori del calibro di Fred Pickering, Keith Newton, John Byrome ed il futuro capitano del Galles Mike England ed i già affermati Ronnie Clayton (nella foto in un incontro giocato ad Highbury), Andy McEvoy, Bryan Douglas, l’irlandese Derek Dougan lo scozzese Ally Macleod e Peter Dobing che ebbe il compito di far dimenticare il grande attaccante Tommy Briggs facendolo in maniera egregia segnando oltre 80 gol in 4 stagioni. Nel 1960 il Blackburn arriva a Wembley dopo un’assenza ventennale, l’ultima fu la finale persa contro il West Ham battezzata la“War Cup Final”. La squadra guidata da Dally Duncan stava attraversando un periodo di crisi e polemiche avendo vinto tre e pareggiando 2 delle ultime 18 partite di campionato relegando la squadra agli ultimi posti. L’unico conforto fu la coppa ed il memorabile scontro del sesto turno contro i nemici del Burnley. Davanti a 51,000 del Turf Moor la partita finì 3-3 , nel “replay” non ci fu scampo per il Burnley, il Blackburn si aggiudico’ l’incontro con un classico 2-0. Mai una vigilia fu più tormentata . Il giorno prima del grande evento Derek Dougan fece una richiesta scritta di essere ceduto per la paura di non essere scelto per la finale a causa dell’ acuirsi di un recente infortunio. Alla fine fu scelto ma per la maggior parte dell’incontro fu uno spettatore. Praticamente non ci fu partita e dopo pochi minuti il padre di un mio compagno di scuola Mick McGrath segnò nella sua porta , il tempo di ricominciare e David Whelan si ruppe la gamba in uno scontro fortuito con Norman Deeley,oramai la frittata era fatta....Il resto è storia ed il Wolves vinse clamorosamente per tre reti a zero. Nella stagione 1960/61 venne abolito il “Maximum wage” che avrebbe cambiato il calcio per sempre, fu più evidente nel Lancashire, se si pensa che in quella stagione militavano nella massima serie Blackburn, Burnley Blackpool Bolton e Preston e godevano di ottima salute con diversi giocatori di livello internazionale. Nel giro di 10 anni tutte queste formazioni sarebbero retrocesse ed in particolare il Blackburn avrebbe assaggiato per la prima volta nella sua storia la 3rd Division.I primi campionati del decennio passarono nell’indifferenza del pubblico locale e gli spettatori paganti scesero notevolmente. La squadra non fece niente per migliore lo scempio, perdendo in Semifinale di Coppa di lega contro il Rochdale e contro il Fulham nel 6° turno di F.A.Cup. Per la stagione 1963/64 Jack Marshall avrebbe messo insieme una squadra soprannominata i “Marshall’s misfits”, perché aveva l’abilità di cambiare la posizione dei giocatori in campo con successo. In questo frangente diverse squadre furono battute, a Settembre gli “Mighty” Spurs se ne tornarono cariche di meraviglie dopo un 7-2 , il West Ham 8-2 il giorno di Boxing day. (Ewood Park match) Dopo questa partita qualcosa iniziò ad incepparsi, anche se i tifosi avevano legittimamente iniziato a sognare il titolo ,nonostante un 5-0 contro il Bolton e successivamente un 5-2 contro il Leicester non si fermò il declino e tra la fine di Febbraio e la fine di Marzo i Rovers incapparono in 5 sconfitte consecutive che avrebbero tolto ogni dubbio sull’esito del campionato e di gloria e finendo al 7° posto. La stagione 1965/66 fu un vero e proprio disastro. Il campionato cominciò male con il rinvio delle prime partite in casa dovuto ad un’epidemia di polio che scoppiò in città. Il che portò ad un numero di incontri da recuperare. Ancorati in fondo alla classifica dall’inizio della stagione con una preparazione approssimativa, i Rovers persero 7 delle prime 8 gare. Ci furono tentativi di rafforzare la rosa con Colin Bell, Wyn Davies e Terry Hennessey ma furono inutili e la situazione precipitò e furono retrocessi perdendo 12 delle ultime 13 gare.Mentre la nazione in quell’estate del 66’ festeggiava la vittoria mondiale contro la Germania i tifosi del Blackburn speravano in un pronto ritorno in Prima Divisione. Jack Marshall fu confermato come allenatore ed iniziò a costruire una formazione di rango. Mike England fu venduto al Tottenham per 95,000 sterline ed alcuni nuovi elementi furono acquistati tra i quali John Connelly che qualche mese prima aveva fatto parte della rosa dei 22 per i Mondiali. Dopo un inizio incoraggiante i ragazzi di Jack Marshall racimolarono una sola vittoria tra la metà di Settembre e i principi di Novembre. A questo punto fu deciso di cambiare rotta e fu richiamato Eddie Quigley ex giocatore e manager dello Stockport. I sogni di promozione, comunque, naufragarono Sabato Santo davanti al proprio pubblico contro il Coventry che alla fine del campionato venne promosso. Gli anni seguenti le cose non andarono meglio, con perdite finanziarie allarmanti e fu deciso di non vendere il pezzo pregiato, Keith Newton. La società decise di adottare la linea verde e furono annessi alla prima squadra dei giovani interessanti, ma le campane d’allarme furono sentite troppo in ritardo e nel Dicembre del 1969 Keith Newton fu venduto all’Everton e questo evento fu visto da molti come l’inizio del declino che avrebbe portato la squadra alla retrocessione di 3° Divisione nel 1970/71. Il 27 Aprile 1971 rimarrà nella storia del club come il giorno più triste dei quasi 100 anni di storia. La sconfitta contro il Q.P.R. per 2-0 consegnò il Blackburn alla storia. La settimana seguente davanti a soli 3,000 paganti all’Ewood Park le fu data l’estrema unzione. A questo punto le finanze del club erano a pezzi e doveva essere fatto qualcosa di drastico per raddrizzare la barca. Fu chiamato a guidare la squadra Ken Furphy un giovane allenatore con le idee chiare ed egli fece una vera e propria rivoluzione e dopo una prime fase a dir poco mediocre, Furphy portò in casacca bianco e blu ben 9 giocatori nuovi. (Derek Fazackerley giocatore storico degli anni ’70). Dopo la mia prima esperienza ad Ewood Park quasi un anno prima, iniziai a sperare di andare allo stadio con mio padre ogni settimana iniziando a sondare il terreno la sera prima. Uomo di poche parole, lo leggevo nei suoi occhi quando la risposta era sì. Così il Sabato per me era come “Cup final day” e non trovavo pace fino a quando non partivamo per la stazione degli autobus dove mio padre lasciava la macchina perchè si “sentiva più tranquillo”. Sul bus si discuteva se John O’Mara era sprecato in 3° Divisione o se era stato uno sbaglio a vendere Bobby Bell!!! Io ero contento di ascoltare e di respirare l’atmosfera. Appena arrivati già si vedevano i primi tifosi con le loro sciarpe ed io avevo la mia ben annodata intorno al collo, crescendo l’avrei portata intorno al polso. Poi si iniziavano a vedere i riflettori da lontano ed il mio cuore faceva i primi sussulti. Finalmente arrivati ci incamminavamo verso lo stadio esattamente il Riverside, prima tappa era di acquistare il “Match Programme” che mi leggevo dalla prima all’ultima parola in attesa del calcio d’inizio. Inutile dire l’emozione quando uscivano le due squadre ed il frastuono di circa 7’000 persone che per le mie piccole orecchie era una bolgia. Quell’ora e mezzo passava in un batti baleno e quando puntualmente l’orologio di mio Padre segnava le 16.40 lui si alzava dandomi una pacca sulle spalle dicendo che dovevamo fare presto per evitare la calca. E quanti i gol che mi sono perso in quegli ultimi minuti....Per la prima volta nella sua storia il club si trovava in 3° Divisione e la nuova realtà non fu facile da digerire. La squadra non riusciva a trovare una sua identità a causa dei continui cambi di giocatori e inevitabilmente ne patì, in questo frangente conobbe una delle sconfitte più brucianti un 7-1 a Shrewsbury!! In quel primo campionato di terza finì al decimo posto. Nel campionato 1972/73 ci fu una ritrovata fiducia e per molti sembrava l’anno del rilancio ma i 3 pareggi nelle ultime 3 gare relegarono il Blackburn al terzo posto 2 punti dietro il Notts Co promosso insieme al Bolton. La colpa di questa mancata promozione deve essere imputato alla decisione dell’allenatore Furphy di lasciare Ewood Park a poche giornate dal termine optando per un’allettante offerta dello Sheffield Utd. La decisione di non prendere un “vero” allenatore fino a Gennaio 1974 portò un altro campionato di stenti e delusioni. Poi fu preso Gordon Lee che non era affatto contento della rosa di giocatori a disposizione. Dopo aver traghettato il Blackburn verso una salvezza tranquilla, (finendo al 13° posto il peggior piazzamento di tutta la sua storia), in quell’estate smantellò la squadra portando nuova linfa ed entusiasmo. Nelle prime 12 partite i Rovers persero solo una volta e sembrava l’anno buono per risalire. A Febbraio del 1975 le prime due della classe si dovevano incontrare a Ewood Park, il Plymouth di Paul Mariner si trova in testa alla classifica dopo averci spodestato 10 giorni prima battendoci 2-1. Sarebbe stata una partita che è rimasta nella storia del club per intensità ed emozioni. Ci avvicinammo allo stadio sotto una pioggerella tipica dalle nostre parti e vedevo un fiume di persone che non avevo mai visto a Ewood Park. Quando finalmente entrammo nel “Riverside” l’atmosfera era elettrica. Fu annunciato che la partita sarebbe stata trasmessa quella sera su “Match of the day” e si levò un urlo do “We’re gonna win the league!!” Era cosa rara che la BBC trasmetteva partite di 3° serie. Non sapevo se leggere il “programme” , cantare, guardarmi intorno.... Finalmente la partita ebbe inizio e si vedeva subito che l’Argyle era “squadra”, dopo 15 minute andò in vantaggio e dopo altri due giri d’orologio raddoppiò. Sbagliammo anche un rigore e riuscimmo ad accorciare le distanze allo scadere del primo tempo. Il primo tempo era stato bellissimo, ma su un campo che man mano si andava avanti diventava sempre più pesante non potevano regalarci altre emozioni. Invece si! Il centrocampo dei Rovers iniziava a macinare gioco e fu un susseguirsi di emozioni. Riuscimmo a segnare ben 4 volte, ma attenzione il Plymouth non stette a guardare ribatteva ogni volta. La partita finì 5-2 al di là di ogni previsione visto come si era messa nel primo tempo. Secondo voi mi perdevo MOTD quella sera? Il campionato terminò con noi in testa ed il Plymouth secondo. I successivi 4 anni in 2° Divisione passarono senza sussulti, costretti a sopravvivere, diversi giocatori di grande promessa come il portiere Paul Bradshaw ( candidato da molti a vestire la maglia della nazionale negli anni a venire), il terzino John Bailey e l’ala Kevin Hird furono sacrificati. Nel 1977 arrivò il compianto Noel Brotherston che giocò a Ewood Park per diversi anni e partecipò ai mondiali dell’82 nelle file dell’Irlanda del Nord.Nell’anno della seconda retrocessione in terza Divisione nel 1978/79 ricordo una partita in particolare che rimane nella mia memoria come una delle più brutte che abbia visto, non tanto per il risultato( un secco 4-1 contro il Cardiff) ma per l’impotenza che derivò dalla sconfitta, di una certezza che dopo quella gara avremmo giocato il prossimo campionato in terza... Era il 28 di Febbraio e la partita si sarebbe giocata in notturno per tutta la giornata era caduta la neve pregiudicando la gara. Mio Padre già mi aveva annunciato che non saremmo andati a vederla qual ora l’avessero giocata. Mi ero rassegnato quando intorno alle 18.00 il nostro vicino di casa bussò alla porta dicendo, visto la serataccia, se volevamo andare con lui alla partita. Gli saltai addosso e lo abbracciai. Indovinate come si chiamava “l’angelo” Mr Blackburn of course!!! Partimmo subito e visto che nevicava ancora, mio Padre non volle venire. Quando arrivammo allo stadio ci dissero che la partita sarebbe iniziata regolarmente. Prendemmo posto mentre gli addetti ai lavori spalavano la neve con l’aiuto di diverse decine di tifosi che davano una mano. Faceva da vero freddo, anche se portavo il mio “bobble hat”. Venivamo da due sconfitte e anche se mancavano ancora una quindicina di partite nell’aria aleggiava una certa consapevolezza che sarebbe stata la partita decisiva. Iniziammo bene, era la prima partita di Alan Birchenall ex faro del Leicester ed una delle prime partite di Wagstaff ex Wolves. Dopo un ottimo primo tempo andammo negli spogliatoi in vantaggio con un gol di un ragazzo locale che avrebbe inciso il suo nome nella storia del club – Simon Garner (nella foto). Nel secondo tempo qualcosa andò per il verso sbagliato, mentre ricominciò a nevicare pesantemente il Cardiff in pochi minuti ribaltò il risultato. Poi John Bailey venne falciato sulla fascia sinistra e perse completamente le staffe, si sedette a cavalcioni sull’avversario ed iniziò a prenderlo a pugni!!! Inevitabilmente fu allontanato dal campo e subimmo altre due reti. Chiuso il sipario ce ne andammo infreddoliti e consapevoli che avremmo calcati di nuovo i campi di terza divisione l’anno seguente. Quella fu la terza di sette sconfitte consecutive. L’unica nota positiva fu l’arrivo di Duncan McKenzie grande fantasista dell’epoca e giocatore sottovalutato. Erano gli anni della nuova moda di avere in squadra un allenatore/giocatore tagliando così i costi e così fu chiamato Howard Kendall. Oramai in procinto di ritirarsi aveva avuto una carriera brillante ma non aveva mai allenato. Le prime 10 partite portarono una sola vittoria e furono comprati Jim Branagan (difensore) e Andy Crawford(attaccante) che finì la stagione con 18 reti. Pian piano i Rovers iniziarono a salire la china e dopo un 2-1 a Grimsby il 12 Gennaio 1980 vincemmo 14 delle successive 15 partite subendo appena 4 gol. La promozione fu assicurata con una vittoria a Bury alla penultima giornata per 2-1.E così iniziarono gli anni ottanta, tra speranze, delusioni ecc ecc.... ma questa è un’altra storia.
di Luigi Sciascia, UKFP n° 10.

venerdì 17 febbraio 2012

Leeds United saga

Sembrava dovesse essere una favola a lieto fine, invece non è finita per niente bene. Adesso il Leeds è in seconda divisione inglese, chiamata ora Coca Cola Champioship. L’apice è certamente stata la semifinale di Champions League nel 2001 contro il Valencia di Hector Cuper, in cui purtroppo i ragazzini di David O’Leary hanno pareggiato 0-0 all’andata ad Elland Road e perso la partita di ritorno per 3-0. Sicuramente tutto è iniziato con l’arrivo dell’Irlandese ex gloria dell’Arsenal al posto di George Graham, scappato per prender possesso della panchina degli Spurs alla fine del 1998. O’Leary dimostra subito di riuscire a plasmare una squadra piena zeppa di giovani promesse d’autentico valore, uno su tutti Harry Kewell, l’australiano capace di giocate straordinarie, poi Gary Kelly, Ian Harte dalle micidiali punizioni, la peste Alan Smith, John Woodgate e Lee Bowyer. Quest’ultimi due insieme al difensore Alan Duberry nel gennaio 2000 sono stati protagonisti di un vero e proprio scandalo, colti in flagranza mentre pestavano un ragazzo ventenne di origini indiane reo d’aver avuto un battibecco con un loro amico dentro un pub. Risultato? Cella per alcune ore, al processo scandalosa assoluzione per Bowyer e condanna a 100 ore di servizio comunitario per Woodgate.Intanto il Presidente del Leeds, Peter Risdale, continuava a rastrellare grandi giocatori sul mercato. Olivier Dacourt, fatto rientrare in Inghilterra per 7.2 milioni di Sterline dopo l’avventura all’ Everton, era considerato da O’Leary la “chiave” giusta in mezzo al campo. La cofra pagata per il francese era sì esorbitante, ma non tanto da rimanere come record per l’acquisto più costoso. Dopo Dacourt arrivarono Robbie Keane, tornato nel Regno Unito dopo alcuni mesi all’Inter, e soprattutto Rio Ferdinand dal West Ham per ben 18 milioni di pounds. Dalla Scozia arriva Mark Viduka, poderoso centravanti di Melbourne, mentre dal Liverpool viene acquistato un certo Robbie Fowler, dato per finito (a ragione) da Gerrard Houllier. Un manipolo di campioni che portavano i Whites al “top the table” alla fine del dicembre 2001. Sappiamo tutti quell’anno il titolo della Premier League finì all’ Arsenal, capace di fare il double con la conquista anche della F.A. Cup.L’anno che andava a finire (2001), sicuramente è stato il più bello per la banda O’Leary, partite epiche in Champions League con Milan, Besiktas, Barcellona, Anderlecht, Lazio e Deportivo La Coruna, tutti match che rimaranno nella storia della squadra dello Yorkshire. L’arroganza e la sfacciataggine dei giovani guidati e plasmati a malapena da O’Leary era riuscita nella grande impresa d’arrivare là dove 30 anni prima erano giunti i grandi Bremner, Lorimer, E.Gray, finalisti a Parigi nel 1975 dell’atto conclusivo della Coppa dei Campioni, poi persa contro il Bayern Munchen.I trionfi, anche se non i trofei, in quanto effettivamente il Leeds non ha vinto niente, portano Risdale a volere investire ancor di più ed addirittura a voler costruire un nuovo impianto per la sostituzione del mitico Elland Road. Ma il Presidente oramai ha fatto il passo più lungo della gamba e la mancata qualificazione del 2002 alla Champions League si rivela tragica dal lato economico, non permettendogli d’incassare 30 milioni di euro che si rileveranno quasi vitali. La società si scopre ricoperta di debiti e quindi costretta a cedere tutti i pezzi più pregiati ed addirittura a svendere per togliersi ingaggi troppo onerosi. Via O’Leary, il traghettamento verso le parti basse della classifica spetta a Venables, che però mai riuscirà a trovare la soluzione per salvare la squadra dalla retrocessione che arriva nel 2004 sotto la guida di Peter Reid e dopo Eddie Gray, già allenatore delle giovanili. La caduta in Second Division avviene con la societa’ in amministrazione controllata.
di Max Troiani, numero 13 fanzine "UK Football, please".
Un consiglio per chi volesse entrare e conoscere la storia illustrata del Leeds United entri su Mighty Leeds di Dave Tomlinson, un sito meraviglioso!

mercoledì 15 febbraio 2012

Il nome dello stadio lo decidono i tifosi

La nuova frontiera dei naming rights è quella della lotteria per decidere il nome di uno stadio. Si versano 50 sterline e il gioco è fatto. Un importo ridotto, certo, visto che il club in questione è il Bath City, quinta serie del calcio inglese. L'impianto da ribattezzare è il Twerton Park (nella foto), un'anzianità di servizio notevole (ha aperto i battenti nel 1909), una capienza degna di ben altri palcoscenici (8.800 posti, tanto che tra il 1986 e il 1996 ha ospitato il Bristol Rovers) e un fascino un po' retrò imbattibile, visto che dalle sue vecchie gradinate si possono ammirare gli eleganti edifici della città termale fondata dai Romani duemila anni fa. La scelta della dirigenza del Bath è dettata da evidenti motivi economici. La media spettatori è bassa, anche perché la squadra se la passa maluccio (è ultima in Conference National) e gli sponsor non sono così munifici. Il fortunato vincitore della lotteria potrebbe decidere di chiamare lo stadio come più gli aggrada. Ipoteticamente il nome potrebbe rimanere lo stesso, oppure si potrebbe prendere ispirazione da vecchie glorie del passato o invece omaggiare amici e parenti. Se la dea bendata dovesse favorire una compagnia privata, si seguirebbe uno schema più classico, che va tanto in voga in Inghilterra negli ultimi anni. In Premier ci sono il Reebok Stadium, l'Emirates, l'Etihad, il DW e da poco anche la Sport's Direct Arena. Ma anche nelle divisioni inferiori ci sono parecchi esempi, come, tanto per citarne un paio, l'American Express Community Stadium (Brighton) o la Ricoh Arena (Coventry). Fino al 2010 c'era anche il Kit Kat Crescent, ma una volta scaduto l'accordo di sponsorizzazione il glorioso Bootham Crescent, casa dello York City dal 1932, ha (fortunatamente) riacquisito la vecchia denominazione. Tornando alla singolare storia del Bath City, numerosi giocatori hanno già fatto sapere di aver aderito all'iniziativa. Jim Rollo, capitano e bandiera della squadra con oltre 450 presenze, si è addirittura espresso in toni entusiastici, definendola “un'ottima idea”.
Chissà se proverà la sorte anche il tifoso più celebre dei Romans (il soprannome del Bath), ovvero il regista Ken Loach. Uno dei più apprezzati esponenti della cinematografia britannica il marzo scorso si era dichiarato entusiasta di una precedente trovata del suo club: vendere biglietti scontati dell'80 per cento agli esponenti della nutrita comunità polacca di Bath. Per la verità non tutti i tifosi della compagine del sud dell'Inghilterra hanno espresso un parere positivo sul tentativo di aumentare la base di sostenitori con agevolazioni così “singolari”. Ma tant'è, a Bath non si può certo dire che se ne stiano con le mani in mano e che la gestione societaria si basi su schemi troppo convenzionali. Adesso toccherà solo aspettare le festività pasquali per scoprire chi avrà vinto il sorteggio, quanti soldi saranno stati raccolti e se il Twerton Park cambierà sul serio nome. In ogni caso non sarebbe per molto, visto che i naming rights scadranno dopo una sola stagione. Va bene stravolgere la tradizioni, ma non esageriamo!
di Luca Manes, da http://ukfooty.blogspot.com

martedì 14 febbraio 2012

McCarthy va via dopo la batosta

 l'esultanza del capitano dei baggies, Olsson
Domenica nel "black country" derby tra Wolverhampton e West Bromwich è stato un massacro, la squadra allenata da Roy Hodgson ha vinto fuori casa per 5-1, un risultato esaltante che rimarrà nella storia dei baggies. In negativo dall'altra parte, i Wolves hanno registrato una sconfitta pesantissima che i tifosi vorranno cancellare al più presto, Mick McCarthy (nella foto) manager dal 2006, ieri ha rassegnato le dimissioni, dopo che precendentemente al derby era stato già aspramente criticato dai propri tifosi.

lunedì 13 febbraio 2012

Wyn Davies, il gallese volante.

Delle tante storie che rendono unica la tradizione del Newcastle, quella di Wyn Davies non è proprio da ‘prima pagina’. Eppure mi ha sempre colpito per l’incrocio ‘magico’ fra il suo calcio offensivo operaio e fisico e una delle stagioni più gloriose del club, i cosiddetti ‘anni europei’. Wyn Davies non è stato un ‘numero 9’ tipico nella tradizione del Newcastle. Non ha segnato gol a grappoli come Gallagher, Milburn o Shearer né ha incantato le folle con i suoi colpi di genio come alcuni dei suoi predecessori e successori. Spesso nei suoi cinque anni al St. James Park è stato anche aspramente criticato, ma nonostante tutto ha lasciato un segno indelebile nella storia del club; con la sua personalità, la sua forza aerea, e soprattutto con la firma sull’ultimo grande trionfo del Newcastle, la Coppa delle Fiere del 1969. Proprio in quell’anno, nel corso di un’intervista, Ivor Broadis (ricordate l’amico di Tom Finney in ‘quel’ ritiro della nazionale inglese?) lo descrisse così: ‘se si potessero avvitare dei tacchetti sulla sua testa, sarebbe un nuovo George Best’. Paradossale ma incisivo nel sottolineare la straordinaria capacità nel gioco aereo, stridente contrasto con la (stentata) sufficienza con i piedi. Davies arrivò a Newcastle nell’autunno del 1966, al termine di una saga protrattasi per oltre un anno. Il centravanti del Bolton (con cui realizzò 74 gol in 170 partite) aveva infatti attirato l’attenzione del manager dei Magpies, Joe Harvey, già nell’estate del 1965. Il trasferimento saltò all’ultimo minuto, ma Harvey non cancellò l’appunto dalla sua agenda, e dopo aver evitato di poco la retrocessione, al termine della stagione successiva tornò alla carica. La trattativa si era intanto complicata, perché Davies continuava a segnare ed altri club (Arsenal, Sheffield Wednesday e Sunderland) avevano fatto offerte. La cosa si trascinò ben oltre l’inizio della stagione, e nel frattempo il gallese andò a segno 12 volte nelle prime 12 uscite. Alla fine Harvey ebbe il suo uomo, sborsando la cifra di 80.000 sterline, quasi il doppio del precedente acquisto-record del Newcastle. Un attimo ancora di esitazione e probabilmente sarebbe saltato tutto; poco dopo la firma, infatti, sul tavolo di Davies arrivò l’offerta del Manchester City di Joe Mercer, che dalla sua aveva la vicinanza della città a Bolton e al Galles, dove il centravanti manteneva tutti gli interessi personali e familiari.Ma ormai il dado era tratto, e Davies arrivò al St. James Park per iniziare la nuova avventura con un severo taglio a spazzola, un cappotto di pelliccia e le scarpette in mano. Schivo e riservato, si trovò letteralmente investito da un’ondata di giornalisti, telecamere, centinaia di tifosi e ragazzini in cerca di autografi, assaggio della passione unica con cui si viveva i calcio sul Tyneside. Volevano farne la prima superstar dell’era del calcio televisivo, ma Davies non era l’uomo giusto; ritroso, spesso solitario e difficile da capire anche per i compagni di squadra, il gallese era il prototipo dell’antidivo. Per un protagonista adeguato, Newcastle avrebbe dovuto attendere ancora qualche anno e l’arrivo da Londra di Malcolm Macdonald.Davies esordì il giorno dopo essere arrivato, peraltro nella prestigiosa occasione del derby casalingo contro il Sunderland, e non senza prima aver rischiato il ‘rapimento’ goliardico da parte di un gruppo di studenti universitari, sventato nascondendosi per tutto il giorno in casa di uno dei dirigenti del club. A parte gli aspetti di contorno, Davies si rimboccò subito le maniche per raddrizzare una baracca pericolosamente vicina alla zona retrocessione. Fisicamente poderoso, era a proprio agio nell’area di rigore, dove scambiava senza paura colpi proibiti con i difensori, spesso incapaci di contrastarne regolarmente lo strapotere fisico. Insuperabile di testa, riusciva a rimanere sospeso per aria una frazione di secondo in più del suo marcatore, prendendogli spesso il tempo e lo spazio dell’intervento. Con la palla a terra Davies diventava un giocatore normale, ma con gli anni aveva imparato a sfruttare comunque le sue doti fisiche, offrendosi costantemente come boa avanzata del gioco e punto di riferimento per i compagni. Harvey modellò progressivamente il gioco della squadra alla nuova risorsa offensiva, utilizzando sempre di più le palle lunghe a trovare la testa di Davies. A volte arrivavano conclusioni dirette, molto più spesso il tocco del centravanti apriva spazi per i compagni di reparto, Bennett prima e Pop Robson negli anni successivi. Un vero e proprio schema, che non fruttava però a Davies un ritorno realizzativo proporzionale alla mole di lavoro svolta per la squadra. Nella prima stagione segnò 9 reti in 30 partite, nella seconda 12 in 40 uscite. Di qui le critiche spesso ingenerose di chi era abituato ad associare al numero 9 del Newcastle decine di gol a stagione. Il vero impatto di Davies fu però evidente quando i Magpies approcciarono le loro prime esperienze continentali. Dopo il match contro il Real Saragozza, per esempio, Pop Robson riferì dello stupore del fortissimo difensore spagnolo Santamaria quando, al primo spiovente, Davies saltò mezzo metro più in alto di lui e praticamente lo oscurò con la sua mole in volo. Con grande onestà Lord Westwood, chairman del Newcastle di quegli anni, affermò che senza Wyn Davies non avrebbero mai vinto la Coppa delle Fiere. In Europa Wyn trovò terreno fertile, realizzando 10 gol in 24 partite; protagonista di duelli fisici epici con i difensori continentali, pagò la sua irruenza con diversi punti di sutura, gomitate, una frattura dello zigomo, la rottura del setto nasale, spesso senza alcuna protezione da parte degli arbitri.Esaurita l’esperienza europea del Newcastle, cominciarono nuovamente i problemi. Qualche infortunio di troppo e la prevedibilità del gioco del Newcastle che indusse Harvey a ricercare nuove soluzioni emarginarono progressivamente Wyn the Leap. Nell’estate del 1971 arrivò così la cessione al Manchester City, per la somma di 52.000 sterline; Davies chiuse la sua esperienza al St. James Park con 216 partite e 53 gol. Pur continuando ad impaurire le difese con la sua potenza aerea, Davies non riuscì più a replicare la forma degli anni trascorsi a Bolton e Newcastle. Dopo una sola stagione al Maine Road si trasferì ai rivali del Manchester United, e nel 1973 al Blackpool. Anche a Bloomfield Road rimase poco, prendendo la via del sud verso Crystal Palace, Stockport e Crewe, dove chiuse la carriera nel 1978, dopo quasi 700 partite ufficiali e 200 gol al suo attivo. Una carriera iniziata nel 1960 con il Wrexham, dopo la gavetta del calcio amatoriale gallese. Seguito dagli osservatori di diverse squadre importanti, fu il Bolton a fare la prima mossa e lo portò a Burnden Park nel 1962. Il resto è storia, così come le 34 presenze con la nazionale maggiore gallese, dopo aver vestito tutte le maglie giovanili. Non un fenomeno, quindi, ma un giocatore onesto, determinato ed efficace, uno che al St. James Park ha lasciato un segno importante fra i tifosi, che cantavano per lui ‘You’ve not seen nothing like the Mighty Win’, non avete mai visto niente come il meraviglioso Wyn, il Gallese Volante.
di Giacomo Mallano (da UKFP n° 12 settembre 2005)