British News

Loading...

venerdì 6 novembre 2009

Stan Bowles, un diamante allo stato grezzo

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente,permeata da qualche lato poco chiaro e ,globalmente,molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note,ma di certo non meno clamorose e burrascose,che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata,come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo,dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario,seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata,risultava decisivo e devastante. Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore. Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey, ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici. Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72-73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello. Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UKFP n° 5 - dicembre 2003

giovedì 5 novembre 2009

Le origini del calcio inglese (1° parte)

Lo sport più amato e diffuso al mondo nasce come un gioco spontaneo, di strada, spesso violento ma arcanamente affascinante, tanto da attecchire in più luoghi e con varianti diverse, accomunate spesso solo dagli elementi di base: una ‘palla’, due squadre, una contesa. Le prime testimonianze di un gioco in qualche modo assimilabile al football ci arrivano dalla Cina, dalla Grecia e da Roma, e risalgono addirittura a duemila anni fa. Senza alcuna regolamentazione, quasi come una forma di vita ‘autonoma’, il ‘calcio’ attraversa i secoli, e torna alla ribalta nel rinascimento con le violente tenzoni di ‘calcio fiorentino’. Poi ancora oblio, fino al ‘colpo di fulmine’ fra il gioco e l’Inghilterra del XIX secolo, che ne diventa il terreno elettivo e la culla, il contesto dove nasce finalmente il calcio moderno. La prima metà del secolo è caratterizzata dalla prima diffusione del nuovo gioco fra i giovani dei ceti popolari. Si gioca in strada, senza particolari regole e con una veemenza che spesso sfocia in violenza. Si assiste a vere e proprie ‘battaglie di strada’, combattute fra squadre che possono essere composte anche di cinquecento persone e della durata di interi giorni. Alla fine restano sul campo danni agli edifici circostanti, feriti e in alcuni casi anche vittime. È comprensibile, dunque, che le autorità non vedano di buon occhio la diffusione del nuovo ‘passatempo’ popolare, e sostenuti dal clero e da gran parte della stampa tentino di soffocarne la crescita. Tentativo vano, anche perché la combinazione di fisicità e agonismo rende il calcio sempre più attraente agli occhi dei giovani, che anche nelle scuole iniziano a praticarlo. E proprio i college e le università diventano il vero motore della diffusione del nuovo gioco. Si inizia a definire delle regole, che tuttavia ogni istituzione fissa a modo proprio, non risolvendo pertanto l’anarchia che caratterizza questa fase. Il radicamento del calcio nelle istituzioni scolastiche, che con esso cominciano ad identificarsi, costringe tuttavia a compiere il passo definitivo verso la fissazione di standard comuni. Le prime partite amichevoli, infatti, evidenziano la difficoltà di misurarsi e divertirsi se ognuno fa riferimento alle proprie regole, spesso in totale contrasto con quelle dell’avversario. I rappresentanti di alcuni club fissano dunque un incontro alla Freemason’s Tavern, con lo scopo proprio di fissare regole comuni e costituire un’associazione che ne verifichi l’applicazione. Il primo meeting si tiene il 26 Ottobre 1863, e segna la storica data di nascita della Football Association, la prima istituzione calcistica al mondo. Intervengono i rappresentanti di dodici club: Forest (che diventerà i Wanderers, primi vincitori della FA Cup), NN Kilburn, Barnes, War Office, Crusaders, Perceval House, Crystal Palace, Blackheath, Kensington School, Surbiton, Blackheath School, Chartehouse School. Tutti concordano sulla petizione associativa, e deliberano che ‘i club rappresentati a questo meeting si riuniscono in un’associazione denominata The Football Association’. Più difficile l’accordo sulle regole, tanto che le diverse e spesso contrastanti proposte in discussione costringono a rinviare la decisione definitiva. La contesa si polarizza su due posizioni: quella sostenuta soprattutto dal Blackheath, che intende adottare la variante di calcio codificata dalla Rugby School, e quella che invece predilige il codice della Cambridge University.
Il dissidio è di non poco conto e si rivelerà di importanza capitale nel definire il calcio moderno. La ‘variante Rugby’, infatti, consente di prendere la palla con le mani, placcare gli avversari per riconquistarne il possesso e perfino ‘caricare’, ovvero scalciare e sgambettare. Dall’altra parte, invece, la ‘variante Cambridge’ predilige il ‘dribbling game’ sul quale il calcio moderno si basa. Dopo numerose e sempre più accese riunioni, il 1° Dicembre si giunge ad una votazione, e la posizione del Blackheath è sconfitta per 13 voti a 4. Il club si dimette immediatamente dalla Football Association per proseguire sulla via intrapresa; nel 1871 ne nascerà la Rugby Union, a sua volta ‘madre’ del moderno rugby. La maggioranza della FA può finalmente sancire il primo codice di regole comuni. La votazione finale avviene l’8 Dicembre, e ne escono 13 principi:
1. la lunghezza massima del terreno di gioco è 200 yards, la larghezza massima di 100 yards e il terreno sarà delimitato da bandiere; la porta sarà delimitata da due pali verticali distanziati di 8 yards, senza alcun nastro o traversa a collegarli.
2. il lancio di una moneta determinerà quale delle due squadre inizierà il gioco dal centro del campo; l’altra squadra resterà ad almeno 10 yards dalla palla fino a quando non sia dato i calcio di avvio.
3. dopo un gol, la squadra che lo ha subito ha diritto a rimettere in gioco la palla, e le due squadre invertiranno la porta dopo ogni gol.
4. un gol sarà assegnato quando la palla attraversa i pali o lo spazio da questi delimitato (a qualunque altezza), senza esservi lanciata o comunque portata con le mani.
5. quando la palla esce dal campo, il giocatore che la rimette deve farlo dal punto in cui è uscita ed in direzione perpendicolare alla linea di delimitazione; la palla non si considera di nuovo in gioco finchè non ha toccato il terreno.
6. quando un giocatore calcia la palla, ognuno appartenente alla medesima squadra che si trovi più vicino alla porta avversaria è considerato fuori gioco e non può toccare la palla né ostacolare gli avversari fino a quando non torna in gioco. Nessun giocatore è tuttavia considerato fuori gioco quando la palla è calciata da dietro la linea di porta.
7. Se la palla finisce oltre la linea di porta, se è toccata da un giocatore cui appartiene la porta, egli avrà diritto ad un calcio da fermo dalla linea della porta. Se la palla è invece toccata da un giocatore avversario, questi avrà diritto ad un calcio da fermo verso la porta da una distanza minima di 15 yards dalla linea, e la squadra avversaria resterà all’interno della propria linea di porta fin quando non avrà calciato.
8. se un giocatore effettua un’intercettazione corretta, avrà diritto ad un calcio da fermo, a condizione che lo richieda tracciando un segno sul terreno; per calciare, potrà andare indietro a suo piacimento e nessun giocatore avversario avanzerà oltre il suo segno fino a quando non avrà calciato.
9. nessun giocatore può correre con la palla.
10. non è ammessa la trattenuta né lo sgambetto, e nessun giocatore può usare le mani per bloccare o spingere l’avversario.
11. è vietato lanciare o passare la palla ad un calciatore della stessa squadra con le mani.
12. nessun giocatore è autorizzato a prendere la palla con le mani mentre questa è in gioco, quale che sia la ragione o la necessità.
13. nessun giocatore è autorizzato a vestire protezioni metalliche o a cospargere di guttaperca le suole o i tacchi delle proprie calzature.
Con regole comuni finalmente fissate e condivise (anche se alcune suonano abbastanza enigmatiche…), nasce finalmente il calcio moderno. Ora si inizia a giocare davvero…
di Giacomo Mallano, da UKFP n° 4 - settembre 2003

mercoledì 4 novembre 2009

Blackburn-Burnley, the cotton-town derby is back!

Molti, troppi e forse innumerevoli sono i motivi d’ interesse attorno al ritrovato derby dell’ East Lancashire tra Blackburn e Burnley . Certo -- sia che per fede s’ indossi una casacca Blue & White od una Claret & Blue -- si è comunque consapevoli che Arsenal-Tottenham, Roma-Lazio o Porto-Benfica abbiano una risonanza e forse un appeal di gran lunga maggiore di questa sfida (perlomeno sui ‘grandi schermi’), ma a noi poco interessa to be honest.
Non che le statistiche servano a fomentare facili entusiasmi o a sancire dei perdenti ancor prima del fischio d’ inizio, ma la storia c’ insegna come le due compagini (tra le più ‘anziane’ d’ Inghilterra) non hanno avuto tante occasioni per sfidarsi negli ultimi anni e che sono ormai passati 30 anni da quando i Clarets hanno potuto sbeffeggiare i ‘vicini di casa’, forti di una vittoria nell' ambito derby contro gli storici rivali. Nonostante i tanti anni di mediocrità del Burnley a cavallo tra le serie minori, la rivalità tra le due compagini non si è mai affievolita e gli ultimi incontri di FA Cup e Division One (l’ attuale Championship -- ndr) ne sono testimoni diretti con sfide al limite dell’ agonismo e della sportività sia in campo che sugli spalti – come dimenticare in tal senso la gara di FA Cup al Turf Moor di qualche anno fa quando un tifoso dei Clarets entrò in campo e fronteggiò l’ eclettico Robbie Savage con fare tutt' altro che Peace & Love.
Blackburn e Burnley sono geograficamente divise da circa 10 miglia e, negli anni che furono, occupavano una posizione rilevante per quel che riguarda l’ industria tessile. Negli anni della Thatcher tuttavia, molte fabbriche furono dismesse e tuttora la disoccupazione è una piaga che investe l’ East Lancashire in maniera considerevole. In ambito calcistico, perlomeno negli ultimi 20 anni, i tifosi di fede Clarets hanno dovuto convivere con i successi dei loro acerrimi nemici che diventavano prima campioni d' Inghilterra nel 1995 e, dopo 2 stagioni di purgatorio in Division One, conquistavano la Coppa di Lega e numerose apparizioni in Europa.
Cenni storici a parte, Blackburn e Burnley si ritrovano di fronte ad Ewood Park domenica 18 ottobre: il tutto esaurito è talmente scontato da diventare una nota di margine come d’ altronde la classica copertura nuvolosa e l’ uggia tipica di queste parti. I supporters Claret & Blue sono ad Ewood dalle prime ore del mattino viste le direttive della polizia che ha organizzato nei minimi dettagli il brevissimo tragitto che separa Turf Moor dalla Junction 4 della M65. L' atmosfera è vibrante sin dalle prime battute di gioco ed il gol di Robbie Blake a soli 5 minuti dall' inizio manda in visibilio i tifosi ospiti 'stipati' nella Darwen End. Nonostante il fervore atletico della squadra di Owen Coyle, l' esperienza della compagine di casa è di gran lunga superiore e dopo pochissimi minuti arriva il pareggio di David Dunn (nato a Great Harwood, a due passi da Ewood Park), che fa esplodere di gioia i sostenitori locali con un tiro preciso al secondo palo su splendido assist di Di Santo. Il raddoppio segue a poca distanza e questa volta è proprio l' argentino Di Santo a violare la porta del Burnley, approfittando di un' uscita non proprio da manuale del portiere Jensen. Sulle ali dell' entusiasmo e spinti da un pubblico di casa alle stelle, i Rovers trovano anche il terzo gol, merito di Pascal Chimbonda che finalizza un poderoso affondo sulla sinistra che chiude virtualmente una gara in cui il Burnley ha mostrato tanto impegno ma poca consistenza. Seconda frazione di gioco senza particolari sussulti con i ragazzi di Allardyce che controllano il gioco e con il portiere -- ex nazionale inglese -- Robinson che si gode un pomeriggio di assoluta tranquillità fino al gol di Eagles che sigla il 3-2: troppo tardi -- i Rovers conquistano i 3 punti e conservano il primato nelle sfide contro gli odiati cugini. Ad accogliere i tifosi del Burnley a casa c' è una 'mostra' di maglie e bandiere White & Blue su uno dei cavalcavia della M65 proprio nei pressi di Burnley, mentre ad attendere il sottoscritto (di grande fede Rovers) in ufficio nel giorno successivo c' è la collega (di fede opposta) che non mi rivolgerà la parola per una settimana. Anche questo vuol dire derby da queste parti.
di Augusto Rischitelli

martedì 3 novembre 2009

Quanto va veloce l'Aston di Martin

«Prepared», prepàrati. Dell'Aston Villa è il motto, sopravvissuto come il nome, compattato nell'acronimo AVFC, al restyling imposto dal 2 maggio 2007 allo stemma sociale dalla nuova proprietà. Quella che fa capo a Randy Lerner, tycoon Usa che nell'agosto 2006, dopo 23 anni di reggenza Doug Ellis, s'è accollato il club. Per 66,7 milioni di euro.Il miracolo Villans nasce lì, grazie al patrimonio - stimato da "Forbes" in 1,2 miliardi di euro - del già proprietario dei Cleveland Browns della NFL. Brooklyniano, classe '62, Lerner è un chairman popolare e generoso. Ama il basso profilo e sa cosa vogliono i tifosi.Con la squadra in zona- Champions League, ha messo sul piatto 30 milioni di sterline per il mercato invernale. In estate, ne aveva spesi oltre 40 per Brad Friedel, Brad Guzan, Luke Young, Carlos Cuéllar, Nicky Shorey, Steve Sidwell e James Milner. In più aveva prolungato il contratto a sette giocatori. Per il capitano Martin Laursen - che ha ereditato la fascia da Gareth Barry, tentato a inizio stagione dal Liverpool - il rinnovo era arrivato la scorsa stagione. Chiari segnali: al Villa Park, adesso, i migliori restano. Ashley Young, ala di 23 anni, è quello che guadagna di più: 56 mila sterline la settimana. A 52.500, c'è la punta John Carew (please, "Carèv" alla norvegese o "Carù" all'inglese: "Chèriu" non esiste), che dopo un avvio da 5 gol in 9 gare di campionato, uno in Intertoto e uno in Coppa Uefa, è ancora fuori per guai alla schiena.Contratti pesanti sono stati stipulati con l'altra ala Milner (10 milioni al Newcastle), l'interno Sidwell, rinato dopo il flop al Chelsea, il deludente difensore spagnolo Cuellar e Friedel, 37enne portiere statunitense arrivato dal Blackburn per far dimenticare Scott (S)Carson, preso in prestito nell'agosto 2007 e spedito con ignonimia al West Bromwich Albion per i troppi erroracci. Uno sul "suo" palo, lo scorso 10 gennaio, ha regalato ad Agbonlahor il gol e agli ex compagni la vittoria per 2-1. Soldi a parte, il primo artefice della rinascita è l'allenatore Martin O'Neill. Nordirlandese, 56 anni, motivatore implacabile, l'ex centrocampista del Nottingham Forest bicampione d'Europa (1979 e 1980) ha raccolto una squadra 16esima in campionato e ha scalato 5 posizioni l'anno: 11° posto nel 2007, 6° nel 2008.Quando arrivò, dopo un'estate come opinionista per la BBC a Germania 2006, trovò una società nel caos. Con alla porta quattro consorzi - guidati dal miliardario americano Randy Lerner, dal tifoso storico Michael Neville, dal giudice Nicholas Padfield e dall'agente di Sven-Göran Eriksson, Athole Still - tutti ansiosi di rilevare le quote di "Deadly" Ellis, poi rimasto come presidente onorario, e con O'Neill come prima scelta per la successione di David O'Leary.La squadra era da ricostruire, quasi come la fama di O'Neill. Uno che in Premier League mancava da sei anni e veniva da una storia analoga a quella romanista di Cesare Prandelli. Più fortunata, però. Dopo il miracolo-Leicester, O'Neill aveva vissuto cinque stagioni da sogno al Celtic, condotto a tre titoli di Scottish Premier League e alla finale Uefa, persa 2-3 a Siviglia contro il Porto di José Mourinho. Poi, per stare vicino alla moglie malata Geraldine, aveva lasciato Parkhead. Migliorate le condizioni della consorte, rieccolo in pista. Al Villa Park, ci è voluto un po' ma poi il marchio di fabbrica di O'Neill è emerso: squadre alte e grosse e atleticamente forti, 4-4-2 senza fronzoli, contropiede come se piovesse. Anticalcio, l'accusa più benevola. Ma anche limitata adattabilità di gioco e schemi agli uomini a disposizione. E, rotto il perticone Carew, un'alternativa sottorete ad Agbonlahor. A O'Neill, come a Capello (di cui fu, con Mourinho, l'unico concorrente credibile per la panchina inglese), là davanti piace il centravanti-boa. Senza il norvegese, sottovalutata meteora romanista, ha schierato un 4-5-1 spesso asfittico, con Milner avanzato a seconda punta. Marlon Harewood, ormai, è scaduto a rincalzo fisso.Non a caso, il 23 gennaio, per 3,5 milioni di sterline, accordo fino al 2012, è arrivato dal Wigan Athletic il 31enne Emile Heskey, pupillo del tecnico già nei 4 anni di comune militanza al Leicester (1995-99). Forse un piano-B rispetto ai 25enni Dean Ashton, al West Ham fino al 2013, e Kevin Doyle, nazionale irlandese del Reading valutato 7 milioni (euro o sterlina quasi pari sono), ma pur sempre partner di Wayne Rooney in nazionale.La rosa non pare competitiva sui tre fronti (la League Cup se n'è andata il 23 settembre, 0-1 dal QPR) e O'Neill ha ammesso che arriverà il momento delle priorità. Più che i 16esimi di Uefa col Cska Mosca la più alta ce l'ha il campionato, perché il quarto posto - obiettivo pure di Arsenal e Everton - significa Champions League. Soldi veri, e fasti del passato ritrovati.Suggestioni a parte, le analogie fra la squadra campione d'Europa nel 1982 e questa squadra si sprecano. Tony Barton la vinse schierando nel torneo 14 giocatori, O'Neill in questa Premier ha ruotato nell'undici iniziale 15 elementi. Gli infortuni di Bouma e Laursen (due mesi out per l'intervento al ginocchio destro, dopo che i guai al sinistro stavano per farlo smettere col calcio), però, suonano come campanello d'allarme in difesa. Reparto che perderà anche Nicky Shorey, 27enne strapagato al Reading 4 milioni in agosto: O'Neill gli ha detto che deve cercarsi un'altra sistemazione.«Questo gruppo è più forte del nostro - giura Shaw, oggi 49enne, tornato al club come addetto ai media - Ashley Young, Milner e Agbonlahor sono tutti sulla ventina, giocano divertendosi. Noi avevamo un manager, Ron Saunders (con buona pace del vice, Tony Barton, subentrato dalla semifinale di andata contro l'Anderlcht, ndr), che faceva di tutto per toglierci pressione, e O'Neill fa lo stesso».Neanche i Villans '82 avevano grandi stelle o un gioco spettacolare.Estro di Shaw a parte, Gordon Cowans (oggi istruttore nelle giovanili)smistava per l'ala Tony Morley che crossava per lo sgraziato Peter Withe. L'1-0 di Rotterdam arrivò così.«Sono passati quasi 25 anni da quella Coppa, rivincerla è il nostro sogno», disse O'Neill nella conferenza stampa di presentazione, il 14 agosto 2006. I tempi non sono maturi, ma se si avvererà sarà perché al Villa si sono "prepared" per tempo.
di Christian Giordano, dal Guerin Sportivo

lunedì 2 novembre 2009

"La Banda dei Brocchi" di Jonathan Coe


Titolo La banda dei brocchi
Autore Coe Jonathan
Prezzo € 6,80(Prezzo di copertina € 8,50
Dati 2004, 380 p., brossura
Traduttore Serrai R.
Editore Feltrinelli (collana Universale economica)
Trotter, Harding, Anderton e Chase: sembra il nome di un prestigioso studio legale; in realtà si tratta di un quartetto di giovani amici, che frequenta un liceo elitario di Birmingham, quel tipo di scuola che preleva giovani intelligenti dal loro background ordinario e li fa atterrare in una classe sociale diversa da quella dei loro genitori. I ragazzi sono destinati a carriere importanti, mentre i genitori rimangono impantanati nel loro mondo di matrimoni sciovinisti, scontri sindacali, guerre di classe e di razza e ignoranza culturale. Siamo negli anni Settanta, anni in cui si susseguono sconvolgimenti sociali, lotte politiche, attentati dell'Ira. Su questo mare in tempesta cercano di destreggiarsi, con alterne fortune, i quattro ragazzi.
Jonathan Coe, già critico cinematografico e saggista del "Guardian", è ormai un personaggio di culto per le giovani generazioni. Nella recentissima tournée di presentazione del suo ultimo libro tradotto in italiano, La banda dei brocchi, è stato ricevuto da un pubblico femminile giovanissimo come fosse una rockstar. Quarantenne, alto, serio, riservato, Coe è naturalmente ben lungi dall'essere un eroe pop: è il suo pubblico che lo vede così.
Perché? Forse perché Coe sa scrivere di cose molto serie con un'ironia, un distacco formale che non possono non renderlo caro a una generazione irrimediabilmente stanca di sorrisi televisivi, di volgarità istituzionali, di ambiguità politiche; e forse perché sa affrontare la recente storia britannica come la conosce chi l'ha vissuta nella quotidianità del suo farsi, e dunque da semplice cittadino, senza la pretesa di capirla e giudicarla, ma pagandone ogni scotto in prima persona. Non saranno delle adolescenti ad aver vissuto la stagione prethatcheriana degli anni settanta, ma i loro genitori sì. Ed è forse per questo che la sua narrativa trova consenso fra numerosi rappresentanti delle più diverse generazioni. Come che sia, Coe si è da anni messo al lavoro per stilare una sua piccola grande recherche nel tentativo di recuperare e descrivere la fin de siècle britannica. In La banda dei brocchi, appunto, gli anni settanta, in La famiglia Winshaw (1994; Feltrinelli, 1995) gli anni ottanta, e presto - ha avvertito Coe - rivedremo i protagonisti della "banda" ormai adulti negli anni novanta. Per l'esattezza, come dice lui stesso, La banda dei brocchi è solo metà del libro che avrebbe voluto scrivere. Per ragioni editoriali si è limitato al decennio che si diceva, ma ha chiesto al suo editore (e ottenuto) che nell'ultima pagina venisse annunciato il seguito delle avventure dei suoi personaggi. Non è una pratica molto comune (ricordiamo una dozzina d'anni fa quel Texasville che riprendeva la storia dei protagonisti di L'ultimo spettacolo trent'anni dopo nella splendida scrittura di Larry McMurtry) in una civiltà che ha perso il senso del fluire e della continuità della storia. Ma Coe non è certo un rétro: la costruzione del suo ultimo romanzo rende il dovuto omaggio al crollo non solo delle regolari strutture temporali ma anche dei tutto sommato ben educati rallentamenti e accelerazioni degli scrittori modernisti, attingendo peraltro al ricchissimo magazzino fornito proprio dal cinema: zeppo di jump cuts, di improvvisi salti cronologici, di formidabili montaggi alternati (addirittura nella costruzione dei dialoghi), il romanzo è idealmente pensato come una sceneggiatura. Non nella forma, evidentemente, ma nella perfetta struttura a richiami, dove quel che accade - poniamo - a taluno nelle prime cinquanta pagine trova riscontro in ciò che accade ad altri in situazioni analoghe nelle ultime cinquanta.
La capacità di Coe nel combinare tecniche aggiornatissime con espedienti della narrativa più classica è sorprendente. Le innumerevoli volte che abbandona un qualche suo personaggio nel momento di maggior tensione e aspettativa assomigliano non poco alla tradizione cinematografica del cliffhanger, del film che tronca la sua narrazione mentre l'eroina è aggrappata a strapiombo a una roccia sotto la quale attendono famelici venti coccodrilli mentre verso di lei si sta affrettando urlante un'intera tribù di cannibali. Ma d'altro canto, si tratta di una tecnica che il cinema ha imparato dal feuilleton ottocentesco, quando nel porto di New York la gente si assiepava per comprare la copia del giornale appena giunto da Londra, nel quale finalmente si sarebbe potuto leggere come la piccola Dorritt si era cavata d'impaccio ancora una volta (e del resto l'ombra di Dickens si incunea volentieri nel testo: il linguaggio del professore che corteggia la madre di un allievo non è lontano dagli accenti di Mr. Micawber). La piccola Dorritt, peraltro, non doveva vedersela con i coccodrilli. E nemmeno i protagonisti di Coe, i cui reiterati pericoli sono di norma inflessibili professori inglesi, adulterii parentali, titubanti corteggiamenti e altra piccola umanità. Ma vi sono anche azzardi di maggiore momento, come la bomba dell'Ira che tronca un amore bellissimo e grava come un'ombra indelebile su una delle famiglie dei giovani protagonisti. La crudeltà della storia nei confronti della tenerezza del quotidiano, anzi, è uno dei temi più evidenti del romanzo, che non si perita di ritornare indietro al tempo dell'invasione nazista della Scandinavia per ribadire la tesi. E quand'anche non sia la storia a infierire sugli amanti, il caso o il destino o forse Dio ne assumono il ruolo, talché Benjamin, l'esponente più timido, introverso e poetico della banda titolare, modellato sull'autore stesso, verrà falciato (il romanzo lo lascia intendere senza informazioni circostanziali) da una malattia o da un incidente proprio quando, in piena tradizione Bildungsroman, è ormai in grado di voltarsi indietro e sorridere al ricordo delle vicissitudini passate grazie al coronamento di un sogno d'amore coltivato per anni e apparentemente senza speranza.Ma attenzione, il livello intimistico del racconto è soltanto il filo che lega le vicende individuali dei quattro studentelli di Birmingham, la vita che scorre loro attorno e che troppe volte essi non sanno intendere. La vera interpretazione mancata, tuttavia, è quella del senso storico-sociale di quegli anni, che nella penna di Coe si presentano come puntuali prolegomeni all'arrivo del governo Thatcher. In uno scenario che ricorda in parte certi lungometraggi del Free Cinema fra i cinquanta e i sessanta (Anderson, Reisz, Richardson) - ma con un quadro della classe operaia e piccolo borghese britannica che ce la restituisce ben più consolidata e, ahimé, ben più conservatrice - osserviamo questi anni non più grigi ma " brown ", come dice l'autore stesso. Viene in mente la centrata definizione di un altro intellettuale, Lewis Mumford, per il quale il titolo del suo studio delle arti in America, " brown decades ", alludeva a una condizione dello spirito nella quale "il mondo interiore colorava il mondo esterno. L'atmosfera era a volte men che tragica; ma in fin dei conti, non era felice". Coe infatti stempera ogni occasione di tragedia nel cromatismo marrone della "non felicità". Dopotutto non è una trovata, ma una sorta di costante di tanta narrativa britannica degli ultimi vent'anni (è una suggestione cromatica, ad esempio, non estranea a McEwan) e comunque esprime bene il periodo che preparò l'entrata in scena della Thatcher. Ma il libro ha a suo modo anche un messaggio di speranza. Chiuso com'è nella cornice che vede i figli di due dei personaggi incontrarsi e parlare a Berlino all'inizio degli anni Duemila (il romanzo, anzi, è in pratica il flashback dovuto al racconto di uno di loro), da quel punto di vista privilegiato - che rispetto al romanzo è quello del futuro - l'era Thatcher sembra lontana un secolo, e il lettore, dopo un bagno di 350 pagine nell'Inghilterra delle lotte sindacali alla Leyland e sapendo che di lì a poco quell'epoca sarebbe finita sotto il tallone della "signora di ferro", si ritrova come Dorothy dopo l'uragano in una terra tranquilla e felice, o comunque moderna. È il modo che Coe ha divisato per esorcizzare lo spettro incombente di quegli anni e per dirci che tutte le Thatcher del mondo alla fine passano. Facciamone tesoro.
dalla recensione dell'Indice: http://www.ibs.it/code/9788807817748/coe-jonathan/banda-dei-brocchi.html

venerdì 30 ottobre 2009

Che bella Ipswich!

Era tanto che sognavo d’andare ad Ipswich, ben 26 anni! Ovvero dal 1981, anno in cui l’Ipswich Town vinse la Coppa Uefa ed in quella squadra di una piccola cittadina rurale del sud-est d’Inghilterra giocavano giocatori formidabili, sotto la sapiente conduzione di un signore che negli anni a venire sarebbe diventato uno dei più grandi manager inglesi: Bobby Robson. Le immagini del Guerin Sportivo delle vittorie contro squadre come l’Aris di Salonicco, Bohemians, Widzew Lodz, St.Etienne, Colonia e per finire nella doppia finale contro gli olandesi dell’AZ 67 sono rimaste per sempre impresse nella mia mente. A settembre di quest’anno in un tour a Londra per vedere un match dell’Arsenal sono riuscito ad organizzare una “scappata” insieme al mio compagno di viaggio Leo per fare un giretto ad Ipswich. E’ domenica ed alla stazione di Liverpool Street (Londra) ci troviamo davanti una sorpresa che potrebbe farci desistere. Quando chiediamo i biglietti del treno, infatti, ci viene detto che dobbiamo scendere dal treno e prendere un autobus ad una 30ina di Km da Ipswich causa lavori sulla linea ferroviaria. Ci facciamo coraggio e ci imbarchiamo lo stesso sul treno che porta qualche famigliola nelle campagne a ridosso di Londra per godere della splendida giornata di sole. Alla fermata prestabilita scendiamo e davanti a noi si mostrano in tutta la loro precarietà una decina di autobus pronti a sobbarcarsi in un giorno di festa un lavoro extra. Il viaggio è comunque piacevole anche perché le campagne intorno a noi sono più illuminate del solito grazie ad un sole fantastico. Avvicinandoci alla cittadina non possiamo non notare l’imponente struttura del Portman Road, lo stadio dei Tractor Boys (nomignolo affibbiato ai tifosi dell’Ipswich). Alla fine del nostro viaggio scopriamo che l’impianto è proprio nei paraggi della stazione, per cui basta fare 400 metri a piedi per arrivarci. Il giorno prima l’Ipswich ha vinto contro il Coventry per ben 4-1 ed oggi lo stadio è chiuso, davanti un mercatino dell’usato lo anima un poco ma il giro intorno lo rendono un fortino che di “battaglie ne ha vinte”. La statua di Sir Alfred Ramsey , allenatore che riuscì a portare alla vittoria del titolo nel 1961/62 e che poi pensò bene di vincere il Campionato del Mondo nel 1966 alla guida dell’Inghilterra, riuscendo così ad alzare la Coppa Rimet, tiene compagnia alla statua di Sir Bobby Robson. Anche lui guidò la Nazionale dopo l’uscita di scena di Greenwood dopo i mondiali di Spagna ed è con lui che l’Ipswich Town nel 1981 vinse la Coppa Uefa ed arrivò ad un passo dal titolo, poi andato all’Aston Villa. Nella mia mente scorrono immagini mai viste che avrei voluto vivere sul posto, quella squadra era un mix di tecnica e potenza, Cooper in porta, in difesa Mills, Osman, Butcher ed i due olandesi Thyssen e Munhren, il giovane McCall, Gates e John Wark e sostegno del “massiccio” Alan Brazil e di Paul Mariner. Mi viene in mente la vittoria nella partita d’andata per 3-0 con gli olandesi dell’AZ67 ed il ritorno il 20 maggio del 1981, con la sconfitta per 4-2 che non negò alla squadra dell’East Anglia d’alzare la Coppa. Il giro attorno al Portman Road finisce ed a noi non rimane che andare al centro e visitare la città, le vie centrali come molte cittadine di provincia inglesi oramai sono tre o quattro streets pedonali dove si accorpano tantissimi negozi e dove lo shopping diventa unico ad assoluto obiettivo. Verso l’ora di pranzo ci è riuscito difficile trovare un pub “old style”. Quelli che incrociamo sono di nuova generazione, belli per carità, ma almeno per noi mancano di fascino, anche se le televisioni con il canale sportivo o le partite live non mancano mai. La giornata favorisce anche la passeggiata al River Orwell, dove il mare incontra il fiume New Cut. Con più tempo a disposizione ci saremmo potuti spingere verso il mare e la spiaggia, ma ahinoi era ora di tornare a Londra. Ma di sicuro tornerò, anche perché non si può non vedere una partita al Portman Road.
di Max Troiani, da UKFP n° 21 - dicembre 2007

giovedì 29 ottobre 2009

Bath: quando la palla non è soltanto ovale.

Sarà perché non ci sono squadre di fama internazionale, sarà perché i team di questa zona recitano spesso parti da comprimari anche a livello nazionale, fatto sta che nel sud dell’Inghilterra il calcio, più che altrove, subisce la concorrenza del rugby. Pensiamo ad esempio alla città di Bristol: 400.000 abitanti circa, due club di calcio che pur venendo da una stagione molto positiva, raccolgono molti meno successi della squadra di rugby, protagonista di ottimi campionati nella Zurich Premier League (la serie A della palla ovale). A pochi km da Bristol c’è Bath, ed in questa meravigliosa città di quasi 80.000 abitanti, attraversata dal fiume Avon e con delle stupende terme romane risalenti al 500 a.c., le distanze tra calcio e rugby sono ancora più profonde. La squadra di rugby disputa con alterne fortune la Zurich Premier League, e conta su di un seguito appassionato di tifosi, che riempie spesso il vecchio Twerton Park (8800 posti), lo stesso impianto ospita le gesta delle due (avete letto bene) squadre di calcio della città, che nell’ultima stagione hanno dominato la Southern Premier League (due campionati sotto la Nationalwide Conference). E’ bizzarro che in una cittadina dove il calcio non ha un seguito eccezionale ci siano addirittura due squadre che si contendono le simpatie della popolazione. Conosciamole partendo dalla squadra più giovane. Il Team Bath FC è una società giovanissima, fondata nel 1999 e fa riferimento alla locale università; il nome della compagine, ritenuto dai tifosi un po’ troppo “americano”, è stato scelto per non confondersi con la Bath University FC impegnata nei campionati universitari. Gli “Scholars” vestono giallo-blu e la maggior parte della rosa è composta da laureandi o da persone che gravitano nel mondo dell’università. Quest’anno sono finiti secondi dietro le spalle dei più noti concittadini del Bath City. Al momento in cui sto scrivendo la squadra è impegnata nel preparare la finale playoff contro il Maidenhead Utd. Nella sua giovane storia questa compagine vanta un record particolare: nella stagione 2002-2003 è stata l’unica squadra che fa riferimento al mondo universitario ad accedere ad un turno preliminare di Coppa d’Inghilterra (poi perso contro il Mansfield Town); prima di loro c’era riuscita solo una squadra denominata Gonville & Caius nel 1881. I dominatori della lega con i loro 91 punti sono i bianconeri del Bath City FC, fondato nel 1889 ma che mai ha conosciuto il mondo del calcio professionistico inglese. La migliore stagione dei “Romans” è stata quella del 1984-85 quando la squadra arrivò quarta nella Nationalwide Conference. Quest’anno il Bath City ha letteralmente dominato il campionato, vincendo entrambi i derby (5-0 e 2-1) e mettendo in mostra un attacco da paura, il saldo finale della squadra è stato di 84 gol fatti e 29 subiti in 42 partite giocate. Nella città delle terme si spera che i Romans siano solo all’inizio del loro ciclo vincente, se sarà così probabilmente la media dei circa 1000 spettatori a partita (a questi livelli media notevole, i rivali cittadini si attestano sui 150 circa) sarà destinata a salire. Chissà magari in un futuro prossimo la palla sferica potrà guardare la palla ovale con minore soggezione. " DOPO QUALCHE SETTIMANA......"Nella lotteria dei play off purtroppo la fortuna non ha sorriso ad entrambe i second team di Bath e Bristol; ma andiamo per ordine. I Rovere dopo aver acciuffato il diritto di giocarsi i play off nelle ultime giornate di campionato a sorpresa hanno battuto il più quotato Shresbury in finale; festa doppia nella città di Bristol con i fans bianco-blu che possono festeggiare una buona stagione culminata con l'insperata promozione e con la vittoria sui cugini del City nella coppa. Altra storia purtroppo si è verificata sulle rive del fiume Avon. Il Team Bath dopo aver tallonato i cugini del City per tutto il campionato è stato battuto nei play off dal Maidenhead fallendo la chanche di dar vita ad un derby tutto "termale" nella categoria superiore. Ci sono quindi in questa placida zona dell'Inghilterra segnali di riscossa del football, basteranno per offuscare la supremazia della palla ovale?"
di Charlie Del Buono, da UKFP n° 20 - settembre 2007

mercoledì 28 ottobre 2009

Men in Red, Kenny Dalglish

Sulle questioni calcistiche Bill Shankly raramente sbagliava, ma quando un biondo scozzese quindicenne si presentò ad Anfield per un provino, il manager si lasciò sfuggire dalle mani quello che per molti divenne il più grande giocatore britannico di sempre. Era l’agosto del 1966, l’Inghilterra era fresca di titolo mondiale e Shankly stava forgiando la squadra che sarebbe presto diventata la più vincente della storia del calcio inglese. Il biondino quel giorno giocò per la squadra B del Liverpool contro le riserve del Southport. Vinserò i primi per 1-0, ma il giovane scozzese non venne più ricontattato. Anni dopo Shankly lo rivide giocare e montò su tutte le furie. Mai errore venne pagato a prezzo cosi’ alto dal Liverpool. Bob Paisley dovette sborsare la cifra (record per il calcio inglese) di 440.000 sterline per assicurarsene le prestazioni nel 1977, dopo l’addio di Kevin Keegan. Il biondino si chiamava Kenneth Mathieson Dalglish, per tutti Kenny. Nato a Dalmarnock (zona est di Glasgow) il 4 marzo 1951, Dalglish crebbe nella zona del porto di Govan, a due passi da Ibrox Park. Il tifo per i Rangers fu una logica conseguenza. Il primo goal lo realizzò per la squadra della sua primary school, la Milton Bank. Poco dopo venne convocato per una selezione scolastica under 15 scozzese, segnando una doppietta al debutto nella vittoria per 4-3 contro una pari selezione nordirlandese. L’apparizione successiva avvenne contro l’Inghilterra e sul quotidiano “People” apparve un articolo dedicato alla partita in cui Kenny venne definito “un brillante giocatore”. Sul fatto che Dalglish sarebbe diventato un professionista nessuno nell’ambiente ebbe mai alcun dubbio. La domanda era: per chi avrebbe giocato? Egli avrebbe fatto carte false per indossare la maglia blu dei Rangers, dai quali pero’ non venne mai chiamato. Dopo infruttosi provini con il Liverpool (come abbiamo visto) ed il West Ham, Dalglish, figlio di un ingegnere protestante, si ritrovò alla fine ad indossare la maglia bianco verde del Celtic Glasgow. La firma del contratto avvenne nel luglio 1967, non senza un episodio divertente. Sean Fallon, assistente del manager Jock Stein, raggiunse la casa dei Dalglish in auto insieme alla moglie Myra ed ai tre figli. Una volta arrivato, convinto di non impiegare molto tempo per la firma del contratto, pregò la famiglia di attenderlo in auto. Senonchè il povero Fallon ritornò con il contratto firmato solo dopo 3 ore, dovendo a quel punto fare i conti con il pianto dei figli affamati e con l’ira della moglie: quel giorno era il loro anniversario di matrimonio!
Dopo un primo anno passato in una squadra satellite, il Cumbernauld United, Dalglish divenne definitivamente professionista nel 1968, quando iniziò a giocare nelle riserve del Celtic, in un team di tale qualità tecnica da essere soprannominato “Quality Street Gang”. Tre anni dopo arrivò la promozione in prima squadra. A quei tempi il Celtic dettava legge, non solo in Scozia ma anche in Europa (nel 1967 fu la prima squadra britannica a laurearsi campione d’Europa, ai danni della favoritissima Inter e con una squadra composta solo di ragazzi nati a meno di 40 km dal centro della città). Stein aveva sempre avuto un occhio di riguardo per il giovane Kenny. Alla fine gli concesse una chance schierandolo in un’amichevole contro il Kilmarnock. Il risultato finale di 7-2 non rappresentò certo una novità per il calcio scozzese, non fosse per il fatto che Dalglish segnò 6 goal! Il 1971 fu un anno di soddisfazioni sportive ma non solo: Kenny fu testimone della prima delle tre grandi tragedie che segnarono la sua carriera di giocatore e poi di manager. Durante un “Old Firm” in cui Dalglish era in panchina, la vecchia Stairway 13 di Ibrox crollò, causando la morte di 66 tifosi. Nel 1972/73 Dalglish, ormai titolare fisso, fu il miglior marcatore della squadra con 41 goal stagionali, iniziando a manifestare il suo marchio di fabbrica: la capacità di difendere palla spalle alla porta. Nel 1975/76 venne promosso capitano. Nonostante la personale soddisfazione per l’investitura, quello fu un anno da dimenticare: Stein rimase gravemente ferito in un incidente stradale ed il Celtic non portò a casa trofei per la prima volta dopo 12 anni. La stagione successiva Stein ritornò al timone ed i biancoverdi conquistarono il double campionato-Coppa di Scozia. Dalglish stava però meditando l’addio: i giorni in cui il Celtic era competitivo anche fuori dalla Scozia erano finiti da tempo e Kenny aveva voglia di misurarsi con nuove sfide, possibilmente in una piazza dove poter lottare per la Coppa dei Campioni.
Nel frattempo aveva esordito anche con la maglia della nazionale. Il debutto avvenne nel novembre del 1971 in una vittoria per 1-0 contro il Belgio. Partecipò ai mondiali del 1974 in Germania, fornendo prestazioni sicuramente al di sotto dei suoi standard ed assistendo all’eliminazione della pur imbattuta Scozia al primo turno. Nell’estate del 1977 arrivò l’immensa soddisfazione di un goal a Wembley, goal che contribuì ad una storica vittoria sull’Inghilterra.
Quella fu anche l’estate dell’addio alla sua terra: dopo aver vinto cinque campionati, quattro coppe di Scozia, una coppa di Lega Scozzese ed aver segnato 167 goal, Dalglish, ambizioso e bisognoso di nuove sfide, fece i bagagli e partì in direzione Merseyside. Il Liverpool aveva appena vinto la sua prima Coppa dei Campioni, battendo il Borussia Moenchengladbach per 3-1 a Roma, in una finale in cui aveva indossato per l’ultima volta la maglia rossa il grande Kevin Keegan. Dalglish venne scelto da Bob Paisley per prenderne il posto, tra le perplessità di una tifoseria che in Keegan adorava un idolo assoluto e che vedeva come una sorta di usurpazione il fatto che il neo arrivato scozzese indossasse proprio la maglia numero 7. Un goal a Middlesbrough dopo sette minuti nella prima partita di campionato ed uno contro il Newcastle all’esordio ad Anfield fecero sparire ogni perplessità. L’incontro di Supercoppa Europea tra Liverpool e Amburgo, la nuova squadra di King Kevin, segnò l’ideale passaggio di consegne: Dalglish giocò da protagonista una partita in cui il Liverpool stracciò i tedeschi con il punteggio di 6-0. Un nuovo amore, destinato a durare più di vent’anni, era nato. La prima stagione fu un trionfo per Kenny, che mise a segno ben 30 goal, compreso quello che stese il Bruges a Wembley nella finale che regalò ai Reds la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e a Dalglish la realizzazione pressoché immediata del suo più grande sogno professionale. Il dibattito su chi fosse meglio tra Dalglish e Keegan era più attuale che mai. Tommy Smith, vecchio capitano dei Reds, e Bob Paisley non nascosero le loro certezze: lo scozzese era il miglior giocatore che Anfield avesse mai visto. Lo stesso talento non venne invece mai espresso con la maglia della nazionale scozzese. Sia nel 1974 che nel 1978 Dalglish giocò i campionati del mondo ad un livello nemmeno paragonabile a quello espresso in maglia rossa. Dopo la Coppa del Mondo in Argentina lo scozzese contribuì con 25 goal alla conquista del titolo, ottenuto dopo aver conquistato 68 punti (record per l’era dei 2 punti a vittoria) ed aver concesso la miseria di 16 goal. Ciliegina sulla torta, il premio di Calciatore dell’Anno. Erano anni di gloria ad Anfield: il Liverpool si confermò campione nel 1979/80, vinse quattro Coppe di Lega consecutive tra il 1981 ed il 1984, portò a casa altri 3 campionati consecutivi tra il 1982 ed il 1984 e soprattutto altre due Coppe dei Campioni, conquistate a Parigi contro il Real Madrid ed a Roma contro i giallorossi padroni di casa. L’unica conquista mancata fu quella del double campionato-FA Cup. Dalglish fu uno dei maggiori protagonisti in queste conquiste. A suggello di ciò arrivò un secondo titolo di Calciatore dell’Anno nel 1983. La stagione 1983/84 fu la più fruttuosa in assoluto: nel giro di pochi giorni arrivarono ad Anfield lo Shield di campioni d’Inghilterra, la Coppa di Lega e, come detto, la Coppa dei Campioni. La stagione successiva era destinata a rappresentare un punto di svolta per Dalglish: alla vigilia della finale di Bruxelles contro la Juventus gli venne comunicato che il board del club aveva intenzione di assegnare a lui l’incarico di player manager, in conseguenza dell’annunciato ritiro di Joe Fagan. In conseguenza degli eventi dell’Heysel il Liverpool dominatore continentale si ritrovava escluso dalle competizioni europee a tempo indeterminato e con una squadra da ricostruire moralmente oltre che tecnicamente: queste le condizioni scoraggianti in cui Dalglish debuttava da manager. Ciò nonostante, Kenny porto ad Anfield anche il titolo 1985/86, togliendosi pure la soddisfazione di realizzare personalmente il goal decisivo contro il Chelsea a Stanford Bridge. Per completare l’opera, i Reds riuscirono in un’impresa mai realizzata in precedenza nella loro storia: battendo l’Everton a Wembley per 3-1 conquistarono la FA Cup, suggellando il primo vero Double in 94 anni di storia. Il titolo di Manager of the Year a quel punto non fu certo una sorpresa! La stagione successiva Dalglish scoprì quanto ripetersi fosse molto più arduo rispetto a vincere la prima volta. Per gli standard di Anfield fu un’annata fallimentare: arrivò sì un secondo posto – dietro l’Everton campione – ma non vennero conquistati trofei. A rendere ancor più amara l’estate del 1987, la partenza di Ian Rush direzione Torino, sponda Juventus. Il manager ricostruì l’attacco acquistando due giocatori che avrebbero impresso il loro marchio di fabbrica negli anni a venire: John Barnes dal Watford e Peter Beardsley dal Newcastle. Nella stagione 1987/88 tutto girò a meraviglia in campionato per il Liverpool, che eguaglio il record del Leeds di 29 partire consecutive senza sconfitte (serie interrotta, manco a dirlo, a Goodison Park) e portò ad Anfield l’ennesimo titolo di Campione d’Inghilterra. Sfuggì invece il secondo Double consecutivo, per mano della “Crazy Gang” del Wimbledon, che nella finale di Wembley si rese protagonista di una delle più grandi imprese dell’intera storia del calcio, battendo i superfavoriti Reds per 1-0. A pochi anni dall’Heysel un altro tragico evento era destinato ad abbattersi sulla gente del Liverpool nella primavera del 1989: in seguito ai noti fatti di Hillsborough morirono 96 persone. Si trattò della più grande tragedia nella storia del calcio inglese, che portò all’introduzione entro pochi anni di stadi contenenti solo posti a sedere. La tragedia ebbe un forte peso nella decisione del manager di abbandonare il calcio alcuni anni dopo, ma nei giorni successivi Dalglish si comportò da vero leader e modello di umanità, non solo per i propri giocatori o per la propria tifoseria, ma per l’intera città di Liverpool. Fu lui ad organizzare le visite ai feriti in ospedale, a partecipare a numerosi funerali, a parlare nelle chiese, a visitare parecchie famiglie di superstiti dando loro un minimo di conforto. Si narra addirittura che più di una volta Dalglish sia stato svegliato nel cuore della notte da persone bisognose di sostegno morale, ricevendo in cambio ore di dialogo telefonico. Dopo qualche tempo il pallone ricominciò a rotolare. Il Liverpool vinse la ripetizione della semifinale maledetta e conquistò la finale di Wembley, dove battè di nuovo l’Everton per 3-2 dopo i supplementari, con doppietta di Rush, nel frattempo rientrato dopo la fallimentare esperienza italiana. La vittoria venne naturalmente dedicata alla memoria delle vittime di Sheffield. Ancora una volta però il Double sfuggì dalle mani ai Reds, nella maniera più crudele possibile: nell’ultima decisiva partita Michael Thomas segnò per l’Arsenal a pochi secondi dalla fine il goal che strappò il titolo da Anfield mandandolo ad Highbury. La stagione successiva vide il Liverpool riconquistare il campionato, mentre la corsa in FA Cup si concluse con una delle più incredibili partite della storia della competizione: il Crystal Palace, battuto per 9-0 ad Anfield in campionato, sconfisse i Reds per 4-3. Mercoledi 20 Febbraio 1991 il Liverpool incontrò l’Everton nel quinto turno di Coppa d’Inghilterra. Fu un match straordinario che terminò 4-4. La mattina seguente Dalglish partecipò ad una riunione di routine con il presidente ed il chief executive. Dopo venti minuti annunciò loro, senza preavviso, le immediate dimissioni. La notizia fece il giro del mondo nel giro di poche ore, facendo ripiombare i tifosi del Liverpool nell’incubo dell’estate 1974, quando fu Shankly a sorprendere tutti con l’annuncio improvviso del proprio ritiro. Ad amplificare il senso di sorpresa e smarrimento contribuì il fatto che il Liverpool era primo in campionato ed in corsa per il double. Addirittura non era nemmeno stata completata la sfida contro l’Everton in coppa! Dalglish descrisse sè stesso come una persona ormai giunta al limite della pressione umanamente sopportabile. La sua salute cominciava a risentirne e, come ebbe a dire al presidente Noel White, nei giorni delle partite aveva l’impressione che la testa gli esplodesse. Purtroppo per il popolo Red non si ripetè quanto successe dopo le dimissioni di Shankly, quando il vice Paisley portò in pochi anni il Liverpool in cima all’Europa. Al contrario, questa volta l’addio del manager portò all’inizio di un periodo di declino durato interrotti con il Treble di coppe del 2001, ma che ancora prosegue per quanto riguarda il campionato. Otto mesi dopo il ritiro Dalglish aveva ritrovato la pace con sè stesso e la voglia di calcio era ritornata a farsi sentire prepotentemente; quando arrivò l’offerta del Blackburn, allora in seconda divisione, essa venne subito accettata. Nel giro di 3 anni i Rovers divennero campioni d’Inghilterra! Il trionfo arrivò, per un divertente scherzo del destino, proprio ad Anfield, dove la nuova squadra di Dalglish uscì sconfitta dal Liverpool, vedendosi letteralmente regalare il titolo dal Manchester United, che non andò oltre il pareggio ad Upton Park contro il West Ham. Un altro scherzo del destino si verificò quando Dalglish nel 1997 assunse la guida del Newcastle, succedendo proprio a colui il quale gli aveva lasciato la maglia del Liverpool vent’anni prima: Kevin Keegan. Nonostante una storica qualificazione alla Champions League ed il raggiungimento di una finale di FA Cup, Dalglish venne esonerato all’inizio della stagione 1998/99. Non meno negativa fu l’esperienza come Director of Football e poi come manager nel suo primo club, il Celtic Glasgow. La maniacalità nello svolgere il proprio lavoro rappresentò probabilmente sia la fortuna che la maledizione di Dalglish, in quanto lo portò sì a vincere come pochi altri (14 campionati tra Inghilterra e Scozia, come giocatore o come manager) ma, diventando con il tempo ossessione, lo portò a situazioni di stress emotivo che probabilmente gli impedirono di proseguire una carriera da manager nel modo in cui la sua enorme intelligenza - non solo calcistica – avrebbe meritato.
di Davide Pezzetti, da UKFP n° 23 - giugno 2008

martedì 27 ottobre 2009

"La fede dei nostri padri" di Alan Edge


ISBN: 9788886753418
Pagine: 224
Dimensioni: 12 X 21
Anno di pubblicazione: 2001
Alan Edge è un tifoso storico del Liverpool cresciuto in un ambiente dove la lealtà per la propria squadra era ben radicata nel sociale. Rimase scioccato quando scoprì che suo figlio non solo non aveva alcuna intenzione di seguire i passi del padre, ma addirittura preferiva la maglia del Newcastle perchè era più di moda! La Fede dei nostri padri è più di una storia personale; è un racconto universale scritto con grande pathos e una rara capacità di riportare in vita le preoccupazioni dei tifosi che vedono il gioco con cui sono cresciuti distrutto dallo sfruttamento commerciale.

Casa editrice: Libreria dello Sport

lunedì 26 ottobre 2009

“Il primo Charity Shield non si scorda mai”

Estate 1994, i mondiali sono finiti da poco cosi’ come la sessione estiva degli esami universitari, era tempo di vacanze o, piu’ precisamente, era tempo del mio primo viaggio a Londra da solo. Nonostante le esigue disponibilita’ monetarie, ero pur sempre uno studente universitario, speravo di soddisfare in qualche modo la mia fame di calcio inglese e la prima occasione arrivo’ quasi subito. Il giorno dopo l’arrivo, infatti, lessi sul giornale che la domenica successiva si sarebbe giocato a Wembley il Charity Shield (la supercoppa inglese, oggi chiamata Community Shield) tra Manchester United e Blackburn Rovers che segnava l’inizio ufficiale della nuova stagione. Poiche’ oltre a essere appassionato di calcio inglese sono anche tifoso sfegatato dello United decisi che tale evento non andava assolutamente perso e mi misi a caccia di un biglietto. Dopo strenue ricerche riuscii a trovare posto solo nella curva riservata ai tifosi del Blackburn, fatto che non mi rese felicissimo (sarei stato pur sempre un turista ai loro occhi ma non mi sembrava bello tifare in mezzo ai tifosi avversari) ma, visto che l’occasione non andava persa, decisi comunque di dare un bel colpo alle mie finanze acquistando il biglietto. Inutile dire che la domenica mattina mi diressi subito a Wembley in preda a un ansiosa attesa, non era la mia prima volta nel tempio del calcio inglese e mondiale ma era come se lo fosse. C’ero gia’ stato sei anni prima a vedere un noioso quadrangolare estivo a cui partecipavano Milan, Arsenal e Tottenham, e, nonostante mi fossi ero accorto che il posto dove stavo non era esattamente il campetto sotto casa, ero riuscito a cogliere solo parte della magia del luogo visto che lo stadio era mezzo vuoto e la cornice totale non era certo entusiasmante. Se a tutto cio’ si aggiunge il fatto che lo spettacolo non era dei migliori ci si puo’ rendere benissimo conto di come fossi uscito dallo stadio consapevole di aver assaporato solo in minima parte un luogo che trasudava storia, calcistica e non, in ogni suo angolo. Stavolta la situazione era ben diversa, infatti in metropolitana i vagoni erano carichi di tifosi di entrambe le squadre con la maglietta d’ordinanza e una volta sceso alla fermata di Wembley il colpo d’occhio fu davvero spettacolare: un immenso fiume umano e multicolore che procedeva in direzione dello stadio. Ai lati del percorso,venditori di programmi, cibo e altre anticaglie riguardanti il mondo del calcio. Tutto questo contribuiva a far sorgere la sensazione di andare a vedere una partita in un luogo davvero speciale. Feci il percorso fino allo stadio a passo lento cercando di godermelo il piu’ possibile e una volta entrato il mio fiato venne subito mozzato dalla visione degli spalti. Lo stadio infatti era, come da tradizione, esattamente diviso a meta’ tra le due tifoserie in maniera simmetrica e la visione dell’effetto bicolore faceva davvero un effetto grandioso. E’ bello anche da vedere in tv, ci mancherebbe, ma garantisco che trovarcisi in mezzo fa tutta un'altra sensazione. Piu’ che la partita in se attirarono la mia attenzione,visto che mi trovavo in mezzo a loro ed ebbi l’occasione di osservarli bene,i tifosi del Blackburn. Loro infatti costituivano uno spettacolo a se, visto che erano euforici e sembrava che nulla potesse renderli piu’ contenti di andare a Wembley a giocarsi la supercoppa dopo essere arrivati secondi in campionato,vivendo in pieno il momento magico della loro squadra dopo anni di sofferenze. Mi impressionarono perche’ da un certo punto di vista li capivo benissimo, per il fatto che c’erano tantissime analogie con il momento che stava vivendo il mio Cagliari,tornato dopo anni di anonimato sulle prime pagine dei giornali grazie a un entusiasmante cavalcata europea in coppa UEFA conclusasi con l’eliminazione in semifinale.
Per loro le cose andavano ancora meglio, rivedevano dopo tanto tempo la loro maglia bianco blu fare capolino negli store di tutto il paese, e lottavano alla pari con squadre e giocatori che avevano letto solo sui giornali o visto alla tv. Sicuramente la cosa poteva anche essere vista da un lato puramente materialistico, visto che il tutto non era accaduto per caso ma grazie ai soldi investiti nella squadra da parte di Jack Walker, magnate dell’acciaio e uomo tra i piu’ ricchi del Regno Unito. Grazie a lui infatti arrivarono tanti grandi giocatori, tra cui la coppia d’attacco Shearer-Sutton. Nonostante cio’ e’ bello a volte apprezzare anche il lato piu’ propriamente “favolistico” della vicenda. Sulla partita poco da dire, il Blackburn era privo del suo duo d’attacco e bastarono un rigore di King. Eric e una spettacolare semirovesciata di Ince a mandare lo Shield sulla strada per Manchester. Alla fine la mia contentezza per aver assistito a una vittoria dello United fu un po’ attenuata dalla visione della delusione negli occhi dei tifosi avversari, consapevoli del fatto che nulla dura per sempre e che i momenti magici vanno sempre sfruttati.
A testimonianza di cio’ valga il gesto del mio vicino di posto a fine partita, che, prima di andarsene imprecando, getto’ per terra deluso una riproduzione di cartone del Charity Shield dopo averla sventolata per tutta la partita. Sicuramente non immaginava neanche quello che sarebbe successo otto mesi dopo a danno degli stessi avversari, ma quella e’ un'altra storia..
di Luca Argiolas, da UKFP n° 9 - dicembre 2004